Il miglior regalo di Natale che ci si possa fare: prendersi del tempo

Il miglior regalo di Natale che ci si possa fare: prendersi del tempo

Volevo scrivere una accurata riflessione su come funziona (male) la maternità in Italia.
Come è cambiata l’obbligatoria con la nuova flessibilità, la facoltativa e cosa succede invece per chi è libera professionista. Quali diritti (non) ci sono. Avevo raccolto diverse esperienze da pubblicare e selezionato i siti informativi più autorevoli in merito.

Poi è successa una cosa.

Così ho deciso di cambiare programma, mettere per un momento da parte tutto e scrivere con il cuore.

È successo che mi è comparso davanti agli occhi un articolo su come ottimizzare il tempo dell’allattamento (o del biberon, a seconda delle situazioni) nelle prime fasi di vita del bambino e rientrare presto al lavoro.
In sintesi: subito dopo il parto, con una mano puoi nutrire la tua creaturina mentre con l’altra puoi essere operativa al pc rispondendo alle mail, creando progetti, stare al telefono con capo, colleghi e clienti.
Durante l’allattamento, uno dei momenti più delicati proprio nelle prime fasi di vita.

Avete capito bene?

Ciò che avrei voluto scrivere sulla maternità era proprio che ogni cosa va contro il prendersi del tempo per la cura di se’ e del proprio figlio. Ogni nuova normativa non va nella direzione della vera tutela della donna e mamma, ma nella direzione del lavorare il più possibile. Durante la gravidanza, dopo la gravidanza, durante il parto magari. Perché no, del resto per diverse ore le mani sono entrambe libere e qualche scema in senso buono (come me) finisce davvero per rispondere ad un paio di mail.

Prendersi del tempo, e parlo di quello che spetterebbe ad ogni neo mamma, in questa società è a volte considerata una colpa.
Attenzione: lo stesso discorso vale per ogni momento di fragilità della vita. Una malattia, un infortunio, un lutto, una delusione. Fragilità non solo del corpo, anche dell’anima.
Non è più permesso essere fragili e rallentare o addirittura fermarsi per un periodo.

A maggior ragione per chi è incinta e diventa mamma. Quando alla fine tutto va bene è un avvenimento bello, felice, quindi ancora di più è una colpa prendersi del tempo.

Bisogna fare, correre, andare, ricominciare.
È quasi impossibile rallentare quando cresci in un mondo che ti fa sentire immediatamente in difetto.
Durante la gravidanza, se in alcune giornate proprio non riuscivo ad essere produttiva, subito qualcuno mi ricordava che non avevo fatto niente e avrei invece avuto tempo.
La stessa cosa è successa più volte dopo il parto.

Come a me, a tantissime altre donne che so essersi trovate esattamente nella stessa situazione.

Portare avanti una gravidanza, partorire, crescere un neonato non è fare niente. È una cosa enorme. Meravigliosa, sì. Che richiede un impegno psicologico e fisico gigantesco.

Tornando a quell’articolo, e peccato non fosse firmato altrimenti avrei cercato di rintracciare chi lo ha scritto, allattare (al seno o con il biberon) non significa avere del tempo libero.
Qualunque mamma, con quella famosa mano libera, farà spesso qualcosa d’altro senza che nessuno debba suggerirlo, perché qualunque mamma si trova a fare anche cinque attività in contemporanea.
Anche lavorare quando una se la sente. Ma la scelta deve essere libera.

Ciò che ritengo profondamente sbagliato è che gli input esterni siano tutti verso il continuare a correre.
I bambini di oggi (e il motivo per cui ne nascono sempre meno è sotto il nostro naso) sono gli adulti di domani. Le basi che vengono messe dai genitori, o dalla famiglia in generale, nei primi giorni, mesi, anni di vita possono fare la differenza rispetto alla persona che crescerà.
La società dovrebbe insegnare che prendersi del tempo per accudire un bambino è fondamentale.
La società invece insegna che è meglio fare alla svelta, perché se ti fermi un attimo in più potresti ritrovarti senza un lavoro. E allora come la manterrai in futuro quella piccola persona?

Il mio augurio per questo Natale è rivolto a chiunque stia attraversando una fase di fragilità della propria vita: se puoi rallenta e prenditi del tempo. Un domani ti guarderai indietro e ti ringrazierai per averlo fatto.

Quando è stata l’ultima volta?

 

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

A passeggio con il passeggino. Un invito a riflettere sulle barriere architettoniche

A passeggio con il passeggino. Un invito a riflettere sulle barriere architettoniche

Avvertenza

Pezzo caldamente suggerito a chiunque abbia anche solo lontanamente a che fare con la progettazione, ristrutturazione, riqualificazione di strade, marciapiedi, locali pubblici, negozi, chiese, case, giardini, piazze, città, pianeti, galassie.
 

Avvertenza bis

Ciò che segue vuole essere uno spunto di riflessione, con un pizzico di ironia, per chi può fare qualcosa per agevolare la complessa vita quotidiana di molti esseri umani.
 
Se tu che leggi non hai idea di cosa significhi andare a fare una passeggiata con un neonato, provo a spiegarlo.
 
Se invece sei una mamma (o papà, nonna, babysitter, zia…) sai benissimo di cosa parlo. Puoi quindi saltare questo punto e passare alla casella successiva. Come il gioco dell’oca.
 
 
 
 
Dunque, nemmeno io prima della nascita di mia figlia mi rendevo conto al cento percento di cosa volesse dire uscire con un bimbo. Cioè fare tutte quelle attività giornaliere ma con l’aggiunta di un mini umano assolutamente non autonomo a seguito.
 
Vorrei accendere i riflettori sulla difficoltà del muoversi con una carrozzina. I riflettori da accendere sarebbero tanti tantissimi, che salotti di Barbara D’Urso e programmi di Maria De Filippi levatevi.
È però impossibile parlare proprio di tutte le situazioni. Ci vorrebbero un paio d’ore di scrittura e altrettante di lettura. Troppe per me che continuo a non dormire e per chi deve leggere fino in fondo. Mi concentrerò su alcuni aspetti, basandomi sulla mia esperienza e riservandomi una seconda puntata. Vabbè, potrei anche dare il via ad una fiction della lunghezza di Beautiful, visto l’argomento.
 
Il livello di difficoltà del muoversi con un bambino piccolo (c’è chi ne ha di più quindi bisogna moltiplicare) è pari a quello del riuscire a risolvere il cubo di Rubik. Al buio.
 

Spoiler

I neonati mangiano circa ogni tre ore. Vanno lavati e cambiati quando si sporcano quindi primadopodurante ogni poppata o biberon. Bisogna vestirli e spogliarli e rivestirli nel caso in cui il contenuto del pannolino fuoriesca.
Prima di uscire è quindi necessario programmare tutto ciò.
 
 
 
 
 
In base alla legge di Murphy, solitamente accade che quando sei stata in grado di far combaciare ogni cosa con l’orario di uscita, la creatura si vomiti addosso, o sui tuoi vestiti (tra l’altro gli unici puliti che hai), richieda di essere lavata e cambiata dalla testa ai piedi, abbia un incontrollabile attacco di fame e pianga anche per i tuoi errori passati di dieci anni fa.
 
Non raramente fuori inizia a piovere, il telefono squilla e devi smontare e montare la carrozzina dentro e fuori dalla macchina che avevi comprato quando dovevi portare solo la spesa della settimana. Con il baule capiente quanto il sottosella del motorino dell’adolescenza.
È comprensibile immaginare che la madre, quando riesce a varcare la soglia di casa, debba già fare i conti con il proprio sistema nervoso leggermente compromesso.
 
 

Ecco qualche idea degli ostacoli cui ci si trova di fronte

 
– Quasi nessun marciapiede è connesso per più di 50 metri
 
– Quando ci sono i sacchetti o i bidoni della differenziata devi scegliere se farti crescere le ali e volare, oppure rischiare la vita lanciandoti in strada
 
– Quando non c’è la spazzatura c’è la siepe del vicino che sporge per la distanza Marte-Venere
 
– Chi taglia l’erba spesso lascia gli sfalci sul bordo dell’unico marciapiede che era connesso per cinquantuno metri
 
– Sui marciapiedi connessi per cinquantadue metri trovi invece l’individuo che ci ha parcheggiato sopra con un Suv delle dimensioni del Titanic
 
– Nella maggior parte delle chiese puoi scordarti di entrare a meno che non ci sia un aiuto e non divino
 
– I bar che frequentavi sono off limits perché non c’è posto sul tavolo se per sbaglio ordini la brioche oltre al caffè, figurati per un passeggino
 
– I negozi meglio scordarli, a meno che tu non voglia rischiare di agganciare per sbaglio il vestito più costoso (che tanto non ti puoi permettere), dati i quindici centimetri di spazio tra un espositore e l’altro, e trascinarlo sotto le ruote
 
– Nei ristoranti dovrai chiamare per tempo, avvisando che arriverai con una carrozzina con lo stesso preavviso e la medesima cautela con cui speravi che tua madre ti avvisasse prima di tornare dalle vacanze estive la prima volta che ti ha lasciato a casa da sola
 
– Le ruote si incastreranno nelle buche dell’asfalto o nei ciottoli e ad un certo punto penserai di mollare tutto (il bambino no, è costato molta fatica) e metterti a piangere
 
– Per entrare in banca dovrai fare la chiamata speciale con il pulsante che non funziona, e comunque ti diranno che il saldo è più basso di ciò che speravi
 
– Fare una commissione negli enti e negli uffici pubblici sì ma solo al piano zero, che l’ascensore mica è da tutti nel 2019 e poi insomma è colpa tua se ti sei portata dietro la creatura
 
 
 
 
 
Uscire con un neonato richiede una buona dose di coraggio. Di certo però potrai non rinnovare l’abbonamento della palestra.
Quello dallo psicanalista invece meglio di sì.
 
 
“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

Elena Caracciolo giornalista ufficio stampa consulente comunicazione gestione social e siti Mantova Elena Caracciolo – Sono giornalista pubblicista, freelance, mi occupo di comunicazione ed uffici stampa per privati, enti pubblici, aziende e associazioni di volontariato, dalla consulenza alla strategia, gestisco siti web e social e sono ideatrice di progetti rivolti a donne e mamme. 

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Ad un mese dal parto racconto l’esperienza all’ospedale di Mantova, con qualche consiglio ed una scelta importante

Ad un mese dal parto racconto l’esperienza all’ospedale di Mantova, con qualche consiglio ed una scelta importante

Ciò che avrei voluto leggere o sentirmi raccontare da un’amica, prima del parto.
 
Doverosa premessa: sto scrivendo mentre allatto la creatura, ho gli occhi gonfi dal sonno e pure una certa fame.
 
Mi sembra incredibile, ma è passato un mese dalla nascita di mia figlia Beatrice. Sarà che a non dormire più si perde la concezione del tempo.. O che si viene inghiottite da un vortice di novità. Ho deciso di raccontare parte della mia esperienza all’ospedale Carlo Poma di Mantova, tralasciando i dettagli intimi, aggiungendo qualche consiglio.
 
 
Come quasi tutte le donne ho vissuto gran parte della gravidanza a temere quanto basta il momento del parto. Oggi invece, a distanza di trenta giri della Terra, ho dei momenti in cui vorrei farlo di nuovo ed altri in cui mi manca la pancia. A questo punto è già chiaro che il mio cervello ha subito qualche danno causato dagli ormoni.
 

Le principali domande, cioè preoccupazioni se non a tratti vero e proprio terrore, che mi sono posta nei nove mesi

– Quando succederà? Al termine, prima o dopo? La mia gravidanza durerà quanto quella di un elefante?
– Si romperanno le acque mentre mi trovo al supermercato a decidere se ingrassare con le Gocciole o con i Baiocchi?
– Riuscirò a sopportare il dolore come Xena la principessa guerriera nella puntata in cui viene ferita da Giove? Oppure chiederò se è possibile far partorire un’altra al posto mio?
– Mi sentirò in imbarazzo?
– La bambina avrà davvero tutte le dita delle mani e dei piedi come mi ha garantito la ginecologa?
– Il personale medico mi tratterà bene o finirò come quelle ragazze che hanno avuto pessime esperienze?
– Soprattutto: forse era meglio spendere un po’ di più per i pigiami acquistati come outfit ospedaliero considerando che mai rivedrò così tanti parenti e amici tutti insieme?
 
 
Insomma gli interrogativi erano infiniti. Le risposte pari a zero.
Una costante nella vita.
 

In ospedale

Avevo il termine il 10 ottobre. Gli ultimi giorni del nono mese sono durati circa centoventisei ore ciascuno.
Il 9 pomeriggio inizio a percepire qualcosa di strano. Qualcosa che somigliava alle contrazioni. La reazione a caldo è stata: Aspetta che chiedo prima ad un’amica se è proprio così. Ok è così. Oddio. Aiuto. Ci siamo. Non voglio farlo. Brutta idea questa faccenda del parto. Facciamo che non partorisco proprio, sono a posto così grazie. Per favore resta nella pancia. Stato d’animo proseguito fino alla nascita.
 
 
Il fastidio è diventato man mano dolore (mi baso su una scala del dolore femminile, perché su scala maschile era equivalente alla morte imminente). La sera del 9 intorno alle 22 decido con il mio compagno di andare in ospedale, al Poma di Mantova. Mi viene fatta circa un’ora di tracciato oltre alla visita. Mi dicono che è troppo presto, le contrazioni sono ogni cinque minuti e devono arrivare almeno ad ogni due. Verso mezzanotte mi invitano a tornare a casa e farmi una doccia calda. Mi fido e vado a casa, ma senza riuscire nemmeno a spogliarmi.
 
Un’ora dopo sono di nuovo in ospedale.
 
Il tracciato questa volta dura di più. Decidono di ricoverarmi. Verso le 4 mi mettono in reparto, in una stanza dove c’erano due neomamme con i bimbi. E mi chiedo se non ci possa essere un’area riservata alle donne in travaglio, in modo che non debbano stare nel letto accanto a chi ha appena partorito. Intorno alle 7, su mia richiesta, vengo visitata e spostata in sala parto senza nemmeno darmi il tempo di recuperare la borsa con portafoglio e documenti.
 

In sala parto

In sala parto ci arrivo spaventata e trovo degli angeli: le ostetriche. Professioniste che ho ringraziato pubblicamente anche con una lettera sulla Gazzetta di Mantova. Dal purgatorio al paradiso insomma.
 
 
Mi accolgono, mi rassicurano, mi trattano come se mi volessero bene. Dopo i primi controlli e the caldo con biscotti (non li volevo ma li ho divorati), mi accompagnano nella stanza in cui avrei visto mia figlia per la prima volta. Una stanza con letto, bagno, strumentazioni. Durante il travaglio mi vengono offerti assistenza costante, ascolto, cibo, possibilità di scelta per ogni dettaglio. Un unico intoppo: qualcosina deve non aver funzionato al meglio con l’epidurale (che non volevo fare ma poi cuor di leone ho cambiato idea) perché ad un certo punto mi si è addormentata buona parte del corpo e non riuscivo più a camminare.
 
Alla fine della lunga giornata, alle 20.57 è nata Beatrice.
Nota importante: ho donato il cordone ombelicale. Una scelta importante e sotto spiego meglio di cosa si tratta.
 
 
 

Un elenco di cosa portare nella borsa per l’ospedale

I miei suggerimenti:
 
– Shampoo a secco (comodo per non sentirsi pronte per la spremitura dei capelli dopo i primi due giorni)
– Salviette disinfettanti per il bagno (bagno da condividere con più persone estranee)
– Ciabatte per stare in stanza e ciabatte per la doccia (entrambi i paia eventualmente da buttare prima del ritorno a casa)
– Diversi asciugamani per il bidet (anche questi che si possano poi buttare)
– Un plaid (se la stagione è fredda, ad agosto andrà benone il lenzuolo fornito dall’ospedale)
– Un cuscino comodo
– Un carica batteria portatile (le prese non sempre sono accanto al letto ma distante)
– Gli auricolari
– Acqua (vedi sopra..)
– Uno spuntino gustoso per tirarsi su di morale la prima notte
 
 
 
 
Tutti gli esami eseguiti nel corso della gravidanza
– Documenti
– Effetti personali per mamma e bambino
– Abbigliamento intimo comodo per il travaglio e l’allattamento
– Calzini
– Reggiseno adatto all’allattamento e slip comodi che consentano l’utilizzo di assorbenti
– Prodotti per l’igiene personale
– Eventuali farmaci assunti a domicilio
– Quattro-sei cambi di abbigliamento per il neonato, adeguati alla stagione in corso
– Bavaglini
– Cuffietta e Calzine
– Busta con cognome e nome della mamma, contente un cambio completo da consegnare agli operatori al momento del parto.
 
 

La scelta di cuore di donare il cordone ombelicale

È possibile donare il sangue cordonale al termine del parto, dopo che il cordone ombelicale del bambino è stato reciso. Nei vasi cordonali rimane un po’ di sangue generalmente considerato prodotto di scarto. Questo sangue è invece ricco di cellule staminali che possono essere utilizzate per il trapianto di pazienti con leucemia o altre gravi malattie del sangue.
 
Se viene raccolto, la banca del sangue cordonale lo conserva per anni, restando a disposizione per le persone che necessitano di trapianto. Si può chiedere di donare volontariamente e gratuitamente il sangue cordonale. È una scelta libera, personale e volontaria, che non comporta rischi né per la donna né per il bambino.
 
Per farlo è sufficiente contattare l’associazione Abeo di Mantova e prendere appuntamento intorno alle 36/38 settimane di gravidanza per un colloquio e compilazione dei documenti con la biologa.
 
Poco tempo per fare una cosa grande.
 
 
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Elena Caracciolo giornalista ufficio stampa consulente comunicazione gestione social e siti Mantova Elena Caracciolo – Sono giornalista pubblicista, freelance, mi occupo di comunicazione ed uffici stampa per privati, enti pubblici, aziende e associazioni di volontariato, dalla consulenza alla strategia, gestisco siti web e social e sono ideatrice di progetti rivolti a donne e mamme. 

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Il percorso ad ostacoli per le donne e mamme tra lavoro, gravidanza, maternità: reinventarsi è possibile

Il percorso ad ostacoli per le donne e mamme tra lavoro, gravidanza, maternità: reinventarsi è possibile

Reinventarsi dopo aver attraversato quella giungla di ingiustizie professionali con cui tante donne si trovano a dover fare i conti durante o dopo una maternità.

La prolungata permanenza nella foresta di Jumanji, quel film anni Novanta con Robin Williams che si trova intrappolato in un diabolico gioco di ruolo, è un rigenerante soggiorno in una Spa in confronto a certe esperienze di donne e mamme.

Ritrovare la strada è però possibile. O meglio, accettare di non poter più proseguire quella vecchia e trovarne una nuova. Costruirla da zero, rimboccandosi le mani, facendosi forza, facendo rete.

“Woman power” non è solo uno slogan. Esiste, è un potere reale. Lo abbiamo tutte, solo che spesso ce ne dimentichiamo.

Del resto, c’è qualcosa che le donne non riescano a fare? Alice, quella del Paese delle Maraviglie, pensava a sei cose impossibili prima di fare colazione. E’ un ottimo esercizio, per ricordarsi che in realtà tutto è possibile.

Da un lato la condivisione delle esperienze negative ci fa sentire meno sole. Così anche tu capisci di non essere stata l’unica ad imbatterti in un campo minato ed inizi a farti sentire, ad alzare la voce in un mondo che ci vuole sempre più in silenzio.

Dall’altro, credo altrettanto fortemente nella divulgazione delle storie positive. Che possano essere di spunto ed ispirazione per chi sta cercando di farsi largo in quella strada tutta nuova.

Tra queste c’è l’esperienza di Isabella e il suo progetto Secondo Round, cui voglio dare spazio come dimostrazione che, a volte, quando si chiude una porta (o meglio quando ce la chiudono in faccia), puoi scegliere tu quale altra aprire.

L’esperienza di Isabella

Secondo Round è un progetto che nasce tre anni fa da una passione e da un’esigenza personale che è diventata una professione, quella di consulente alla carriera e all’orientamento professionale.

Mi chiamo Isabella Tosi e mi sono occupata di comunicazione per molti anni, svolgendo mansioni importanti in ambito marketing e ufficio stampa in contesti di alto livello, dopo essere diventata mamma però ho rinunciato alla mia carriera. In parte per scelta, in parte per imposizione aziendale – e da quel momento sono diventata invisibile.

Credevo di aver raggiunto un buon, se non ottimo livello di carriera, che però è stato completamente cancellato da una nuova identità personale, e anche dal fattore età.

Non mi dilungo sulle difficoltà che ho incontrato per ricollocarmi. Ma sono riuscita a ripartire dalla formazione del personale, dedicata a persone disoccupate e inoccupate in cerca di un lavoro.

Nella mia nuova veste, ho incontrato tantissime donne, come me, che avevano le mie stesse difficoltà a trovare un lavoro. Allora per aiutarle ho incominciato a interessarmi sempre più al settore Risorse Umane, a studiare e a comprendere come affrontare un mondo del lavoro cambiato e all’apparenza ostile ad accogliere persone che ne sono uscite o che ne sono state allontanate.

Dall’aiutare nello scrivere il curriculum più adatto, o la lettera di presentazione più efficace, dalla ricerca di annunci e aziende. Fino al supportare durante e dopo i colloqui di lavoro, ma anche semplicemente ascoltare. In questo consisteva il mio contributo e ora è diventato il mio SecondoRound.

All’inizio è nato un blog per dare spazio e concretezza a questi argomenti e ai mie studi. Poi è diventata un’associazione di supporto al reinserimento lavorativo delle donne che per qualsiasi ragione sono uscite dal mondo del lavoro.

I servizi di SecondoRound sono degli strumenti di ricerca attiva del lavoro e si basano soprattutto su una strategia personalizzata per chi è alla ricerca di un percorso di carriera che tenga conto delle proprie attitudini e aspirazioni, anche quelle mutate nel tempo.

Cercare un lavoro è difficile e complesso. Il mondo del lavoro è molto cambiato rispetto a qualche (non importa quanti!) anni fa. E la componente dell’età è fortemente discriminante. Se poi hai una famiglia o dei figli si aggiungono altre componenti che potrebbero sembrare dei deterrenti.

SecondoRound è una condivisione di esperienze sul difficile lavoro del rientro al lavoro dopo una pausa dovuta a importanti cambiamenti di vita. Figli, malattia, cura di parenti anziani, trasferimento, divorzio, licenziamento – e imparare una nuova strategia che aiuti a riscoprire il proprio io-professionale.

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

Elena Caracciolo giornalista ufficio stampa consulente comunicazione gestione social e siti Mantova Elena Caracciolo – Sono giornalista pubblicista, freelance, mi occupo di comunicazione ed uffici stampa per privati, enti pubblici, aziende e associazioni di volontariato, dalla consulenza alla strategia, gestisco siti web e social e sono ideatrice di progetti rivolti a donne e mamme. 

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Il percorso ad ostacoli tra lavoro e gravidanza: testimonianze di tante donne tra Mantova ed altre città

Il percorso ad ostacoli tra lavoro e gravidanza: testimonianze di tante donne tra Mantova ed altre città

Avviso: questo articolo è stato pubblicato la prima volta il 23 settembre 2019.

Centocinquantadue. Sono le donne che in sei giorni mi hanno riferito di essere parte delle malcapitate che si sono trovate senza lavoro durante, o appena dopo, quello che dovrebbe essere uno dei momenti maggiormente tutelati al mondo: la gravidanza.

Di queste, trentasette sono di Mantova, la città in cui vivo e dove è quindi chiaro che il problema esiste. Le altre risiedono in altri comuni.

08/10 A venti giorni dalla partenza di questa iniziativa il numero di donne e mamme che mi hanno raccontato la loro storia è salito a centosessantanove.

Ho deciso di pubblicare qui sotto alcune delle testimonianze, mantenendo l’anonimato per tutelare chi ha scritto.

Qualcuno mi ha detto che “Tanto non servirà parlarne”, invece io insisto nel credere che parlarne sia proprio un primo piccolissimo passo. Nella vita ho imparato che ciò che certamente non fa cambiare le cose è il fare nulla per cambiarle. Magari è vero, tutto rimarrà uguale, oppure no. Nel frattempo però tante mamme che hanno dovuto affrontare difficoltà lavorative per aver scelto di contribuire a portare avanti la specie umana (e viste certe derive che fanno pensare ad una meritata estinzione di massa non si può dire che la scelta non sia coraggiosa), si saranno sentite meno sole.

In una società che tende ad isolarti, sentirsi parte di un insieme, per quanto ammaccato, può fare la differenza.

Una riflessione ed una sensibilizzazione sul tema sono d’obbligo.

Le testimonianze

“I temi trattati mi toccano molto da vicino, poiché a 33 anni, sono rimasta incinta. Non ho scelto di avere un figlio, ho scelto di tenere un figlio, ed ero sicura che questa scelta mi avrebbe ripagata in tutto e per tutto, invece al momento di rientrare in ufficio, dopo la maternità, mi è stato chiesto di non rientrare, di smaltire tutte le ferie perché non mi avrebbero rinnovato un contratto che veniva rinnovato da ormai 3 anni! Io lavoravo in un ospedale religioso, gestito da suore, quelle stesse suore che mi hanno benedetto la pancia e tenuto la mano durante il travaglio, poi mi hanno lasciato nei guai. Questa è in breve la mia storia, che purtroppo ha portato a tanti altri problemi di ordine materiale, morale e psicologico, anche perché ora è quanto mai difficile trovare un nuovo lavoro con una bimba piccola. E quindi… Si… Con tanta tristezza nel cuore, ma anche io comprendo chi oggi in Italia, decide di non fare un figlio!”.

“Io sono nella situazione di essere una mamma separata a cui non hanno rinnovato ovviamente il contratto quando è uscita dalla maternità, e con una gestione della separazione con giudice CTU molto problematica. Le donne spesso sono sole in questo processo quando si devono separare, è molto difficile sia economicamente che psicologicamente”.

“Le discriminazioni in relazione al mio essere mamma sono iniziate a partire dall’università.
Infatti sono rimasta incinta a 21anni, mentre stavo completando il secondo anno di università.
Non avevo i genitori alle spalle, ed è stato un bello shock.
Il tutto è stato condito da battute, dal non puoi farcela, dal “passi solo perché fai pena col pancione” ecc…
Poi siamo arrivati ad un bando retribuito che ho vinto (a cui avevo partecipato prima di restare incinta). Se da un lato ho trovato una responsabile fantastica che mi è venuta molto incontro (dovevo finire le ore prima di partorire). Dall’altro, alcuni dei colleghi pensavano che fossi una privilegiata senza comprendere che era una situazione particolare e delicata e che comunque mi facevo 50 km all’andata e 50 km al ritorno all’ottavo mese di gravidanza e lavoravo tanto quanto loro.
Il primo anno di gravidanza mi sono trovata in uno stato di quasi totale isolamento, mi sentivo sola e inutile… Mi sembrava di servire solo ad allattare e di non avere altro valore.

È arrivato il primo colloquio per insegnare italiano agli stranieri di lingua inglese (il mio livello è un C1). Il colloquio è andato benissimo, la titolare (donna) che mi ha fatto il colloquio era molto entusiasta. Arriva alla fatidica domanda avendo io 24 anni, “vedo che ha un anello, sta per sposarsi?” e io credendola una domanda tanto per cordialità rispondo “beh la proposta c’è, poi staremo a vedere”. Al ché lei sembra più seria “dunque avete intenzione di avere figli?” e lì già mi sentivo in ansia “beh, in verità ne abbiamo già una di quasi un anno e mezzo”. Il gelo, un silenzio di tomba ha invaso la stanza. L’imbarazzo era quasi soffocante.
La conclusione inevitabile con quel “le faremo sapere” è stata come un pugnale nello stomaco.
Sono tornata a casa piuttosto sconsolata e ad oggi non ho ancora avuto il coraggio di partecipare ad altri colloqui. Ho proprio paura di rivivere questa situazione”.

“Sono mamma e psicologa libera professionista. Lavoro con le donne in gravidanza e nel post parto. Come libera professionista ho incontrato non pochi problemi, nidi troppo costosi e per chi sta avviando la propria attività non è il massimo, pochi aiuti economici dal Comune o Regione.
A volte mi sento sola come professionista e tante colleghe scelgono di posticipare di tantissimi anni la scelta di diventare madri.
Non solo: quando resti nuovamente incinta ti ritrovi, dopo aver partorito, a creare una nuova cerchia di pazienti e non è per niente facile!”

“La maternità e il lavoro non sono compatibili. Io ho un figlio. È stata per me durissima, nonostante io sia in un’azienda meglio di mille altre. Ho ridotto al nulla congedi e altro. Mio figlio non si è mai ammalato, in 11 anni di vita… (non è vero, ovvio, ma mai sono stata a casa, se non forse un paio di volte). Ora sto cercando di cambiare atteggiamento io, perché ai figli non serve questo ma, certo, servono soldi a casa. Equilibrio difficile che la legislazione non supporta. O, meglio, non è sufficiente perché poco applicabile. Io resto ottimista. Credo possa essere trovata la quadra. Ma bisogna lavorarci, appunto”.

“Non tutti lo sanno ma aspetto una bimba da sei mesi e…il cinema è iniziato già da prima di rimanere incinta con vari problemi a concepire, uniti a incomprensioni dall’esterno. Quando ho capito che ero troppo stressata ho lasciato il mio lavoro sicuro ma pieno di insidie per chi sta anche solo cercando di essere mamma, per buttarmi nel mio progetto da freelance. Sono rimasta subito incinta e non rimpiango per nulla quella scelta, ho visto (anche perché gestivo il personale) troppe situazioni in cui non avrei mai sopportato di trovarmi!! Ora boh, partita Iva e maternità sono un connubio in cui non avrei voluto trovarmi economicamente parlando, però ce la si fa”.

“Sono una freelance che ha nascosto la gravidanza per paura di non ricevere più incarichi”.

“Quando al lavoro hanno saputo che ero rimasta incinta, non mi è stato più rinnovato il contratto. Parliamo di un contratto a progetto e sono ferma da allora, due anni ormai”.

“Io lavoro in produzione per un marchio di lusso che fa pelletteria, nello specifico cucio cinture in pelle. Marzo 2017: ero apprendista al secondo livello, la mia capo reparto mi dice che la dirigenza ha grandi progetti per me, che mi avrebbero fatto fare formazione per sostituirla in caso di bisogno. Novembre 2017: resto incinta.

Da quel momento in poi non andava bene più nulla di quello che avevo sempre fatto.. la mia adorata capa dava volutamente disposizioni differenti a me e ad altre persone per mettere zizzania. Un giorno, ad esempio, mi ha fatto un cazziatone di 40 minuti dicendomi che mi avrebbe voluto fare una lettera di richiamo perché avevo detto ad un collega di mettersi il grembiule. Non sono stata sollevata da nessun incarico, da nessuna mansione, per tutti i dubbi che avevo sui prodotti chimici e le vibrazioni della macchina da cucire sono stata trattata da pazza. Morale della favola, ho rischiato di perdere mio figlio al sesto mese. Ovviamente ora che sono rientrata al lavoro sono diventata l’ultima ruota del carro”.

“Sono giornalista e insegnante di yoga. Dopo aver partorito, il giornale per il quale lavoravo da 3 anni non mi ha rinnovato il contratto…”.

“Ad un colloquio di lavoro, quando hanno scoperto che avevo una figlia, non ero più perfetta per quel posto”.

“Io ho perso il lavoro 3 volte. Le prime due perché avrei potuto fare un figlio, la terza perché il figlio alla fine l’ho fatto. A 38 anni. Ora ho un meraviglioso bimbo di 10 mesi, ho ripreso a ricostruirmi professionalmente appena mi è stato chiesto di licenziarmi (a 3 mesi del pupo), sto ricevendo la maternità obbligatoria a rate”.

“Sono rientrare dalla maternità e sono stata licenziata, avevo un tempo indeterminato”.

“Io non sono ancora mamma, ma la scelta è purtroppo condizionata proprio da quello che hai detto”.

“Io ho dovuto lasciare il mio lavoro e ricominciare da capo per entrambe le mie gravidanze, in due aziende diverse”.

“Sono educatrice specializzata, per cui si può capire che non sono certo una di quelle che inorridisce davanti ad un bambino.
Nonostante ciò facevo la responsabile di sala in un ristorante quando rimasi incinta. Non era cercato, ma ovviamente l’ho tenuta. Ormai ha 13 mesi la mia bellissima bimba.
Ho iniziato a lavorare in questo posto convinta da un mio amico, nonché manager, convincermi proprio perché mi disse: il proprietario ha altri ristoranti, i dipendenti sono tanti, non è un posto dove ti lasciano a casa se resti incinta.
Lo comunico al manager ancora prima di fare una visita, per correttezza, perché avesse modo di organizzarsi.
 
Da quel momento è stato tutto un dirmi che avrebbero cercato di mandarmi lettere di richiamo con ogni scusa, che erano delusi. Persone che fino ad una settimana prima erano tutte un “meno male che ci sei”, io che mi facevo 14 ore filate di lavoro senza pause al giorno, senza straordinari pagati, saltando il giorno di riposo, che sistemato dove dovevo e organizzavo ogni cosa. Sono andata in maternità anticipata e appena scaduto il contratto non mi è stato rinnovato.
 
Quel mio amico manager e la sua compagna (che era la mia migliore amica) mai più sentiti e nemmeno un auguri alla nascita di mia figlia.
Ora sto cercando lavoro con tutte le difficoltà del caso, tra l’altro tra me e il mio compagno non va bene ed oltre a cercarmi un lavoro devo per forza rientrare negli orari assurdi del nido (8-16) perché probabilmente ci separeremo. Ma non posso permettermelo finché non trovo un lavoro. E per finire, a 28 anni vengo ritenuta vecchia perché non possono farmi contratti di apprendistato.
 
Questo è avere un figlio in Italia”
 

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza.