Mi sono imbattuta quasi per caso nella pubblicazione “Le gemelle e il gatto Zorba”, e ho deciso di approfondirne la storia, seguendo non solo la notizia ma soprattutto quel mio desiderio, che ogni giorno cerco di concretizzare, di sostenere altre professioniste. Dando voce, spazio, supporto.

Ad incuriosirmi e ad attirare la mia attenzione prima di ogni cosa è stato proprio quel nome, Zorba, che mi ha riportata immediatamente a “La gabbianella e il gatto”, un film d’animazione che custodisco tra i ricordi più nitidi e significativi della mia infanzia. Da quella curiosità è nata la voglia di intervistare l’autrice Matilde Marangoni per scoprire come fosse nato il libro e quali percorsi della vita l’avessero portata ad immaginare una storia dedicata ai più piccoli, ma capace di parlare anche agli adulti.

Matilde Marangoni, scrittrice alla sua prima pubblicazione (ma non al primo libro), è nata a Verona nel 1993 ed oggi lavora come Social Media Manager e Digital Marketing Specialist per un gruppo editoriale. Lettrice e spettatrice instancabile, appassionata di libri, podcast, film e anime, ama viaggiare e da sempre coltiva una profonda passione per la scrittura e il racconto delle emozioni.

Matilde Marangoni

Con “Le gemelle e il gatto Zorba” ha trasformato un’esperienza personale in un racconto che intreccia fantasia e sentimenti, accompagnando i lettori in un viaggio alla scoperta di emozioni, crescita e gentilezza.

E sul fatto che il mondo e questa esistenza che tutti condividiamo dovrebbero contenere sempre un po’ più di gentilezza, ci siamo trovate subito d’accordo.

In questa intervista l’autrice racconta la nascita del progetto, il significato del personaggio di Zorba e i passi che che l’hanno portata a condividere con il pubblico una storia nata dal cuore.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa storia meritava di diventare un libro?

Ho iniziato a scrivere “Le gemelle e il gatto Zorba” poco dopo aver perso il mio gatto Zorba di vecchiaia. Abbiamo vissuto insieme per quindici anni tra mille coccole e qualche avventura. Non era esattamente il gatto più atletico del mondo: pesava 10 chili e le sue giornate si svolgevano perlopiù tra il divano e il letto.

Scrivere è stato un modo per elaborare quel dolore e ricongiungermi alla parte più bambina di me, quella che sentiva terribilmente la sua mancanza. Ho voluto portare la saggezza che io credevo Zorba mi avesse regalato negli anni, in un mondo fantastico e ho voluto donarla alle bambine della storia. Il viaggio nei sentimenti, che oggi è il cuore del libro, è nato proprio scrivendo, quando mi accorgevo che le protagoniste avevano bisogno di un confronto e Zorba era lì per offrirglielo.

Come è avvenuta la tua evoluzione in scrittrice?

Non mi definisco ancora una scrittrice. Guardarmi intorno, notare dettagli e inventare storie sono cose che ho sempre fatto fin da piccola. È diventata una passione quando avevo 15 anni e l’ho semplicemente coltivata. Ho cercato di “imparare il mestiere” confrontandomi con altri autori e stili diversi, ho cercato di capire come si costruiva una storia, come scrivere di un piccolo e apparentemente insignificante dettaglio all’inizio e renderlo la chiave di volta nel capitolo finale per stupire tutti.

Ho un sogno nel cassetto e quando riuscirò a realizzarlo potrò definirmi scrittrice. Fino ad allora, mi lascio ispirare e continuo a fare ciò che mi piace. Così è anche nel mio lavoro.

Cosa c’è di te nelle gemelle protagoniste?

Le gemelle sono le mie nipoti, Diana e Sophia, che quest’anno hanno compiuto sette anni. Il libro è dedicato a loro.

Mi rivedo in entrambe, così come spero possano fare tutte le bambine, e magari anche i genitori, che leggeranno questa storia. Credo che per riconoscersi in un personaggio non serva somigliargli fisicamente, ma ritrovare qualcosa di sé nelle sue emozioni e nelle sue scelte. A volte anch’io sono Sophia, altre Diana e, in certi momenti, perfino Zorba. In fondo, dentro ognuno di noi convivono un po’ di bambino e un po’ di saggio.

Che ruolo ha il gatto Zorba? È un caso che prenda lo stesso nome del gatto del film “La gabbianella e il gatto”?

Zorba è una guida affettuosa e saggia, capace di accompagnare le gemelle nelle loro scoperte e aiutarle a trovare un senso a ciò che vivono, a volte usando le parole come risposta a volte lasciando loro dei momenti di silenzio in cui possano sfogarsi.

Il nome non è affatto casuale. A tredici anni lessi “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepúlveda e ne rimasi talmente colpita che decisi di chiamare il mio gatto proprio Zorba, in omaggio a quel personaggio.

Anni dopo, ritrovarmi a scrivere un libro con un gatto dello stesso nome mi ha fatto sorridere. Mi piace pensare che chi ha amato quella storia possa fidarsi anche del mio Zorba, pur trovandosi davanti a un’avventura completamente diversa.

Quale messaggio speri possa arrivare ai giovani lettori?

Vorrei che chi legge questo libro potesse riconoscersi in una situazione, in un’emozione difficile da comprendere, e magari trovare una risposta che prima non riusciva a vedere. È una storia pensata dai sette anni in su, che può essere letta dai genitori ai più piccoli, ma anche ripresa in mano crescendo, magari durante la prima adolescenza, scoprendoci significati nuovi.

Ed è proprio quello che vorrei continuare a fare: scrivere altre storie, con nuovi protagonisti, nuovi animali e nuove avventure, dando a sempre più persone la possibilità di riconoscersi nei sentimenti raccontati.

Scrivere per bambini richiede un linguaggio e una sensibilità particolari: qual è stata la sfida più grande durante la stesura del libro?

Raccontare sentimenti complessi senza soffermarmi soltanto sulla loro parte negativa. Non perché tristezza, paura o rabbia debbano essere un tabù, anzi, fanno parte della vita. Ma volevo concentrarmi soprattutto su ciò che possiamo imparare per stare meglio: praticare la gentilezza, amare senza dimenticare il rispetto per noi stessi, affrontare le difficoltà senza perdere fiducia.

Credo sia più importante insegnare come possiamo diventare persone migliori, piuttosto che limitarci a spiegare come evitare di diventare peggiori. È un approccio che mi piacerebbe trasmettere non soltanto ai bambini, ma anche agli adulti.

Le illustrazioni accompagnano e arricchiscono il racconto: come è nato il dialogo tra parole e immagini?

Ho scelto i momenti più significativi delle avventure e ho cercato di dar loro una forma visiva. Da qui è nata anche l’idea di pubblicare due versioni del libro: una narrativa, più essenziale e senza illustrazioni, pensata per lettori dai 10 anni in su, e un albo illustrato, dedicato soprattutto ai bambini più piccoli.

Credo che per loro le immagini siano un modo per continuare a vivere la storia anche dopo averla ascoltata, ritrovando i personaggi e le emozioni semplicemente sfogliando le pagine.

Che ruolo hanno avuto i libri nella tua infanzia e quanto hanno influenzato la scrittrice che sei oggi?

Oltre alla storia della gabbianella e del gatto di Sepúlveda, ci sono almeno una decina di libri che hanno contribuito a formare non soltanto la scrittrice, ma soprattutto la persona che sono oggi. Penso a Harry Potter, Memorie di una geisha, Mille splendidi soli, Il visconte dimezzato: mondi diversissimi che mi hanno lasciato qualcosa.

Ma non ci sono soltanto i libri. Anche film, anime, fumetti e tante altre forme creative di raccontare storie hanno contribuito a costruire il mio immaginario. Scrivo da quando avevo sedici anni e “Le gemelle e il gatto Zorba” non è il primo libro che ho scritto, ma è il primo che ho deciso di pubblicare. Gli altri, tra cui un fantasy, per il momento restano inediti.

Se potessi ricevere un messaggio da un bambino che ha letto il tuo libro, quale frase ti emozionerebbe di più leggere?

In realtà quel messaggio è già arrivato, proprio dalle mie nipoti Diana e Sophia, che in meno di un mese e mezzo hanno già iniziato a rileggere il libro una seconda volta.

 

Elena Caracciolo – Sono giornalista pubblicista, mi occupo di Uffici Comunicazione, Uffici Stampa, contenuti editoriali, realizzazione di testi e consulenze. Costruiamo insieme il modo migliore per raccontare quello che fai.

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