La festa della mamma ricordando le mamme e il mondo del lavoro precario

La festa della mamma ricordando le mamme e il mondo del lavoro precario

La festa della mamma.
Invece di stilare articolati studi e report annuali sul calo delle nascite in Italia, basterebbe chiedere alle mamme.

Le mamme continuano ad essere penalizzate, anche in questa emergenza.
Un’emergenza in cui, nell’era del precariato, non ci sono tutele concrete per le mamme lavoratrici precarie.
Non c’erano tutele prima, adesso peggio che mai.

Ben pochi salvagenti anche per le mamme libere professioniste.

E se per le mamme con un contratto solido non c’è la preoccupazione di come guadagnarsi lo stipendio, resta comunque quella di come occuparsi al meglio dei figli in questo momento critico.

I social si riempiranno di auguri, di belle foto, di parole affettuose.
Ognuno, nel fare o leggere gli auguri ad una mamma si dovrebbe ricordare di quanto oggi siano ancora penalizzate e discriminate. In tanti modi diversi.

Ci sono mamme che non hanno un compagno, i nonni a due passi o altri parenti vicino su cui fare affidamento.

Ci sono mamme che in questa emergenza sono rimaste totalmente sole.

Ci sono mamme in smart working che rispondono alle mail mentre allattano, programmano gli orari delle telefonate in base a quelli delle videolezioni, partecipano a riunioni su Skype sedute sul pavimento mentre si inventano giochi e intrattenimenti.

Ci sono mamme che vivono in pochi metri quadri, senza balcone o giardino, con due o più figli costretti in casa.

Ci sono mamme che perdono il posto di lavoro durante la gravidanza.

Ci sono mamme che rientrano dalla maternità e si trovano spostate di ufficio o di settore senza preavviso.

Ci sono mamme che per il mondo del lavoro non importa se hanno titoli di studio, competenze ed esperienza, perché restare incinta e crescere un figlio diventa un ostacolo alla carriera.

Ci sono mamme che vorrebbero diventarlo di nuovo, ma hanno un contratto a tempo determinato e sanno che non verrà rinnovato in caso di gravidanza.

Ci sono mamme che ancora non lo sono per paura di perdere il lavoro.

biglietto happy mother's day con fiori

Oggi, domani, finché non ci saranno interventi concreti e stabili a tutela della famiglia.

Non serve pagare dei super esperti per stilare articolati studi e report annuali sull’analisi del calo delle nascite in Italia.
È sufficiente chiedere alle mamme.

La tendenza di comodo – nei più differenti ambiti – è però spesso quella di cercare soluzioni ad un problema, senza coinvolgere chi del problema fa parte e lo vive quotidianamente.

 

QUI per leggere da dove era nato il mio progetto per la creazione di questo spazio virtuale di confronto, scambio, supporto.

 

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza.

Il percorso ad ostacoli per le donne e mamme tra lavoro, gravidanza, maternità: reinventarsi è possibile

Il percorso ad ostacoli per le donne e mamme tra lavoro, gravidanza, maternità: reinventarsi è possibile

Reinventarsi dopo aver attraversato quella giungla di ingiustizie professionali con cui tante donne si trovano a dover fare i conti durante o dopo una maternità.

La prolungata permanenza nella foresta di Jumanji, quel film anni Novanta con Robin Williams che si trova intrappolato in un diabolico gioco di ruolo, è un rigenerante soggiorno in una Spa in confronto a certe esperienze di donne e mamme.

Ritrovare la strada è però possibile. O meglio, accettare di non poter più proseguire quella vecchia e trovarne una nuova. Costruirla da zero, rimboccandosi le mani, facendosi forza, facendo rete.

“Woman power” non è solo uno slogan. Esiste, è un potere reale. Lo abbiamo tutte, solo che spesso ce ne dimentichiamo.

Del resto, c’è qualcosa che le donne non riescano a fare? Alice, quella del Paese delle Maraviglie, pensava a sei cose impossibili prima di fare colazione. E’ un ottimo esercizio, per ricordarsi che in realtà tutto è possibile.

Da un lato la condivisione delle esperienze negative ci fa sentire meno sole. Così anche tu capisci di non essere stata l’unica ad imbatterti in un campo minato ed inizi a farti sentire, ad alzare la voce in un mondo che ci vuole sempre più in silenzio.

Dall’altro, credo altrettanto fortemente nella divulgazione delle storie positive. Che possano essere di spunto ed ispirazione per chi sta cercando di farsi largo in quella strada tutta nuova.

Tra queste c’è l’esperienza di Isabella e il suo progetto Secondo Round, cui voglio dare spazio come dimostrazione che, a volte, quando si chiude una porta (o meglio quando ce la chiudono in faccia), puoi scegliere tu quale altra aprire.

L’esperienza di Isabella

Secondo Round è un progetto che nasce tre anni fa da una passione e da un’esigenza personale che è diventata una professione, quella di consulente alla carriera e all’orientamento professionale.

Mi chiamo Isabella Tosi e mi sono occupata di comunicazione per molti anni, svolgendo mansioni importanti in ambito marketing e ufficio stampa in contesti di alto livello, dopo essere diventata mamma però ho rinunciato alla mia carriera. In parte per scelta, in parte per imposizione aziendale – e da quel momento sono diventata invisibile.

Credevo di aver raggiunto un buon, se non ottimo livello di carriera, che però è stato completamente cancellato da una nuova identità personale, e anche dal fattore età.

Non mi dilungo sulle difficoltà che ho incontrato per ricollocarmi. Ma sono riuscita a ripartire dalla formazione del personale, dedicata a persone disoccupate e inoccupate in cerca di un lavoro.

Nella mia nuova veste, ho incontrato tantissime donne, come me, che avevano le mie stesse difficoltà a trovare un lavoro. Allora per aiutarle ho incominciato a interessarmi sempre più al settore Risorse Umane, a studiare e a comprendere come affrontare un mondo del lavoro cambiato e all’apparenza ostile ad accogliere persone che ne sono uscite o che ne sono state allontanate.

Dall’aiutare nello scrivere il curriculum più adatto, o la lettera di presentazione più efficace, dalla ricerca di annunci e aziende. Fino al supportare durante e dopo i colloqui di lavoro, ma anche semplicemente ascoltare. In questo consisteva il mio contributo e ora è diventato il mio SecondoRound.

All’inizio è nato un blog per dare spazio e concretezza a questi argomenti e ai mie studi. Poi è diventata un’associazione di supporto al reinserimento lavorativo delle donne che per qualsiasi ragione sono uscite dal mondo del lavoro.

I servizi di SecondoRound sono degli strumenti di ricerca attiva del lavoro e si basano soprattutto su una strategia personalizzata per chi è alla ricerca di un percorso di carriera che tenga conto delle proprie attitudini e aspirazioni, anche quelle mutate nel tempo.

Cercare un lavoro è difficile e complesso. Il mondo del lavoro è molto cambiato rispetto a qualche (non importa quanti!) anni fa. E la componente dell’età è fortemente discriminante. Se poi hai una famiglia o dei figli si aggiungono altre componenti che potrebbero sembrare dei deterrenti.

SecondoRound è una condivisione di esperienze sul difficile lavoro del rientro al lavoro dopo una pausa dovuta a importanti cambiamenti di vita. Figli, malattia, cura di parenti anziani, trasferimento, divorzio, licenziamento – e imparare una nuova strategia che aiuti a riscoprire il proprio io-professionale.

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

Elena Caracciolo giornalista ufficio stampa consulente comunicazione gestione social e siti Mantova Elena Caracciolo – Sono giornalista pubblicista, freelance, mi occupo di comunicazione ed uffici stampa per privati, enti pubblici, aziende e associazioni di volontariato, dalla consulenza alla strategia, gestisco siti web e social e sono ideatrice di progetti rivolti a donne e mamme. 

Clicca QUI per sapere cosa posso fare per te!

Il percorso ad ostacoli tra lavoro e gravidanza: testimonianze di tante donne tra Mantova ed altre città

Il percorso ad ostacoli tra lavoro e gravidanza: testimonianze di tante donne tra Mantova ed altre città

Avviso: questo articolo è stato pubblicato la prima volta il 23 settembre 2019.

Centocinquantadue. Sono le donne che in sei giorni mi hanno riferito di essere parte delle malcapitate che si sono trovate senza lavoro durante, o appena dopo, quello che dovrebbe essere uno dei momenti maggiormente tutelati al mondo: la gravidanza.

Di queste, trentasette sono di Mantova, la città in cui vivo e dove è quindi chiaro che il problema esiste. Le altre risiedono in altri comuni.

08/10 A venti giorni dalla partenza di questa iniziativa il numero di donne e mamme che mi hanno raccontato la loro storia è salito a centosessantanove.

Ho deciso di pubblicare qui sotto alcune delle testimonianze, mantenendo l’anonimato per tutelare chi ha scritto.

Qualcuno mi ha detto che “Tanto non servirà parlarne”, invece io insisto nel credere che parlarne sia proprio un primo piccolissimo passo. Nella vita ho imparato che ciò che certamente non fa cambiare le cose è il fare nulla per cambiarle. Magari è vero, tutto rimarrà uguale, oppure no. Nel frattempo però tante mamme che hanno dovuto affrontare difficoltà lavorative per aver scelto di contribuire a portare avanti la specie umana (e viste certe derive che fanno pensare ad una meritata estinzione di massa non si può dire che la scelta non sia coraggiosa), si saranno sentite meno sole.

In una società che tende ad isolarti, sentirsi parte di un insieme, per quanto ammaccato, può fare la differenza.

Una riflessione ed una sensibilizzazione sul tema sono d’obbligo.

Le testimonianze

“I temi trattati mi toccano molto da vicino, poiché a 33 anni, sono rimasta incinta. Non ho scelto di avere un figlio, ho scelto di tenere un figlio, ed ero sicura che questa scelta mi avrebbe ripagata in tutto e per tutto, invece al momento di rientrare in ufficio, dopo la maternità, mi è stato chiesto di non rientrare, di smaltire tutte le ferie perché non mi avrebbero rinnovato un contratto che veniva rinnovato da ormai 3 anni! Io lavoravo in un ospedale religioso, gestito da suore, quelle stesse suore che mi hanno benedetto la pancia e tenuto la mano durante il travaglio, poi mi hanno lasciato nei guai. Questa è in breve la mia storia, che purtroppo ha portato a tanti altri problemi di ordine materiale, morale e psicologico, anche perché ora è quanto mai difficile trovare un nuovo lavoro con una bimba piccola. E quindi… Si… Con tanta tristezza nel cuore, ma anche io comprendo chi oggi in Italia, decide di non fare un figlio!”.

“Io sono nella situazione di essere una mamma separata a cui non hanno rinnovato ovviamente il contratto quando è uscita dalla maternità, e con una gestione della separazione con giudice CTU molto problematica. Le donne spesso sono sole in questo processo quando si devono separare, è molto difficile sia economicamente che psicologicamente”.

“Le discriminazioni in relazione al mio essere mamma sono iniziate a partire dall’università.
Infatti sono rimasta incinta a 21anni, mentre stavo completando il secondo anno di università.
Non avevo i genitori alle spalle, ed è stato un bello shock.
Il tutto è stato condito da battute, dal non puoi farcela, dal “passi solo perché fai pena col pancione” ecc…
Poi siamo arrivati ad un bando retribuito che ho vinto (a cui avevo partecipato prima di restare incinta). Se da un lato ho trovato una responsabile fantastica che mi è venuta molto incontro (dovevo finire le ore prima di partorire). Dall’altro, alcuni dei colleghi pensavano che fossi una privilegiata senza comprendere che era una situazione particolare e delicata e che comunque mi facevo 50 km all’andata e 50 km al ritorno all’ottavo mese di gravidanza e lavoravo tanto quanto loro.
Il primo anno di gravidanza mi sono trovata in uno stato di quasi totale isolamento, mi sentivo sola e inutile… Mi sembrava di servire solo ad allattare e di non avere altro valore.

È arrivato il primo colloquio per insegnare italiano agli stranieri di lingua inglese (il mio livello è un C1). Il colloquio è andato benissimo, la titolare (donna) che mi ha fatto il colloquio era molto entusiasta. Arriva alla fatidica domanda avendo io 24 anni, “vedo che ha un anello, sta per sposarsi?” e io credendola una domanda tanto per cordialità rispondo “beh la proposta c’è, poi staremo a vedere”. Al ché lei sembra più seria “dunque avete intenzione di avere figli?” e lì già mi sentivo in ansia “beh, in verità ne abbiamo già una di quasi un anno e mezzo”. Il gelo, un silenzio di tomba ha invaso la stanza. L’imbarazzo era quasi soffocante.
La conclusione inevitabile con quel “le faremo sapere” è stata come un pugnale nello stomaco.
Sono tornata a casa piuttosto sconsolata e ad oggi non ho ancora avuto il coraggio di partecipare ad altri colloqui. Ho proprio paura di rivivere questa situazione”.

“Sono mamma e psicologa libera professionista. Lavoro con le donne in gravidanza e nel post parto. Come libera professionista ho incontrato non pochi problemi, nidi troppo costosi e per chi sta avviando la propria attività non è il massimo, pochi aiuti economici dal Comune o Regione.
A volte mi sento sola come professionista e tante colleghe scelgono di posticipare di tantissimi anni la scelta di diventare madri.
Non solo: quando resti nuovamente incinta ti ritrovi, dopo aver partorito, a creare una nuova cerchia di pazienti e non è per niente facile!”

“La maternità e il lavoro non sono compatibili. Io ho un figlio. È stata per me durissima, nonostante io sia in un’azienda meglio di mille altre. Ho ridotto al nulla congedi e altro. Mio figlio non si è mai ammalato, in 11 anni di vita… (non è vero, ovvio, ma mai sono stata a casa, se non forse un paio di volte). Ora sto cercando di cambiare atteggiamento io, perché ai figli non serve questo ma, certo, servono soldi a casa. Equilibrio difficile che la legislazione non supporta. O, meglio, non è sufficiente perché poco applicabile. Io resto ottimista. Credo possa essere trovata la quadra. Ma bisogna lavorarci, appunto”.

“Non tutti lo sanno ma aspetto una bimba da sei mesi e…il cinema è iniziato già da prima di rimanere incinta con vari problemi a concepire, uniti a incomprensioni dall’esterno. Quando ho capito che ero troppo stressata ho lasciato il mio lavoro sicuro ma pieno di insidie per chi sta anche solo cercando di essere mamma, per buttarmi nel mio progetto da freelance. Sono rimasta subito incinta e non rimpiango per nulla quella scelta, ho visto (anche perché gestivo il personale) troppe situazioni in cui non avrei mai sopportato di trovarmi!! Ora boh, partita Iva e maternità sono un connubio in cui non avrei voluto trovarmi economicamente parlando, però ce la si fa”.

“Sono una freelance che ha nascosto la gravidanza per paura di non ricevere più incarichi”.

“Quando al lavoro hanno saputo che ero rimasta incinta, non mi è stato più rinnovato il contratto. Parliamo di un contratto a progetto e sono ferma da allora, due anni ormai”.

“Io lavoro in produzione per un marchio di lusso che fa pelletteria, nello specifico cucio cinture in pelle. Marzo 2017: ero apprendista al secondo livello, la mia capo reparto mi dice che la dirigenza ha grandi progetti per me, che mi avrebbero fatto fare formazione per sostituirla in caso di bisogno. Novembre 2017: resto incinta.

Da quel momento in poi non andava bene più nulla di quello che avevo sempre fatto.. la mia adorata capa dava volutamente disposizioni differenti a me e ad altre persone per mettere zizzania. Un giorno, ad esempio, mi ha fatto un cazziatone di 40 minuti dicendomi che mi avrebbe voluto fare una lettera di richiamo perché avevo detto ad un collega di mettersi il grembiule. Non sono stata sollevata da nessun incarico, da nessuna mansione, per tutti i dubbi che avevo sui prodotti chimici e le vibrazioni della macchina da cucire sono stata trattata da pazza. Morale della favola, ho rischiato di perdere mio figlio al sesto mese. Ovviamente ora che sono rientrata al lavoro sono diventata l’ultima ruota del carro”.

“Sono giornalista e insegnante di yoga. Dopo aver partorito, il giornale per il quale lavoravo da 3 anni non mi ha rinnovato il contratto…”.

“Ad un colloquio di lavoro, quando hanno scoperto che avevo una figlia, non ero più perfetta per quel posto”.

“Io ho perso il lavoro 3 volte. Le prime due perché avrei potuto fare un figlio, la terza perché il figlio alla fine l’ho fatto. A 38 anni. Ora ho un meraviglioso bimbo di 10 mesi, ho ripreso a ricostruirmi professionalmente appena mi è stato chiesto di licenziarmi (a 3 mesi del pupo), sto ricevendo la maternità obbligatoria a rate”.

“Sono rientrare dalla maternità e sono stata licenziata, avevo un tempo indeterminato”.

“Io non sono ancora mamma, ma la scelta è purtroppo condizionata proprio da quello che hai detto”.

“Io ho dovuto lasciare il mio lavoro e ricominciare da capo per entrambe le mie gravidanze, in due aziende diverse”.

“Sono educatrice specializzata, per cui si può capire che non sono certo una di quelle che inorridisce davanti ad un bambino.
Nonostante ciò facevo la responsabile di sala in un ristorante quando rimasi incinta. Non era cercato, ma ovviamente l’ho tenuta. Ormai ha 13 mesi la mia bellissima bimba.
Ho iniziato a lavorare in questo posto convinta da un mio amico, nonché manager, convincermi proprio perché mi disse: il proprietario ha altri ristoranti, i dipendenti sono tanti, non è un posto dove ti lasciano a casa se resti incinta.
Lo comunico al manager ancora prima di fare una visita, per correttezza, perché avesse modo di organizzarsi.
 
Da quel momento è stato tutto un dirmi che avrebbero cercato di mandarmi lettere di richiamo con ogni scusa, che erano delusi. Persone che fino ad una settimana prima erano tutte un “meno male che ci sei”, io che mi facevo 14 ore filate di lavoro senza pause al giorno, senza straordinari pagati, saltando il giorno di riposo, che sistemato dove dovevo e organizzavo ogni cosa. Sono andata in maternità anticipata e appena scaduto il contratto non mi è stato rinnovato.
 
Quel mio amico manager e la sua compagna (che era la mia migliore amica) mai più sentiti e nemmeno un auguri alla nascita di mia figlia.
Ora sto cercando lavoro con tutte le difficoltà del caso, tra l’altro tra me e il mio compagno non va bene ed oltre a cercarmi un lavoro devo per forza rientrare negli orari assurdi del nido (8-16) perché probabilmente ci separeremo. Ma non posso permettermelo finché non trovo un lavoro. E per finire, a 28 anni vengo ritenuta vecchia perché non possono farmi contratti di apprendistato.
 
Questo è avere un figlio in Italia”
 

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

Poter conciliare lavoro precario (e non) e maternità? È più facile vincere al Superenalotto

Poter conciliare lavoro precario (e non) e maternità? È più facile vincere al Superenalotto

“I giovani, oggi, non fanno più figli”.

Quante volte avete sentito ripetere questa frase? Probabilmente, come me, tante.

Bene, arrivata al traguardo dei miei nove mesi di gravidanza posso dire con certezza che io, quelli che non fanno figli, li capisco benissimo.

Siamo nel 2019, il precariato la fa da padrone e per una donna, conciliare il legittimo desiderio di avere una carriera con quello di una famiglia, è ancora spesso un miraggio.

Non tornerei mai indietro nella scelta fatta, ma se qualcuno mi avesse detto che avrei incontrato un numero imprecisato di ostacoli, che nemmeno alle corse dei cavalli, e una buona dose di porte chiuse nel mondo del lavoro, che in confronto quelle della fabbrica di Monsters & Co. sono pochine, mi sarei quanto meno armata di scudo ed elmetto, o avrei fatto un lungo lunghissimo corso di preparazione zen.

Vabbè, non sarebbe bastato.

La verità è che se rimani incinta e hai dei contratti a tempo determinato ed in scadenza, sei fregata. Se ne hai uno apparentemente solido a tempo indeterminato, potresti essere fregata lo stesso e ritrovarti magicamente spostata di ufficio, settore, realtà, pianeta, galassia.

Non importa da quanti anni lavori, non importano i tuoi titoli di studio, le esperienze, le competenze e la professionalità. La maggior parte dei datori di lavoro troverà molto ghiotta l’occasione per poterti non rinnovare quella minima garanzia che ti permetterebbe di non farti domande del tipo “Ok, e adesso come darò da mangiare alla creatura? Non è ancora nata e sono già una pessima madre senza più prospettive di carriera”.

Del resto, a quante è capitato di sentirsi chiedere durante un colloquio di lavoro se ci fosse stata l’intenzione futura di avere dei figli?

È un attimo passare dal momento in cui annunci di essere incinta, ovvero quando l’esserino inizia a prendersi i suoi spazi con lievitazione del tuo giro vita, all’apertura della sagra dei “Eh adesso che hai questo problema – ci mancherebbe che mettere al mondo un mini umano non fosse un problema – non è che possiamo rinnovarti il contratto, rimarremmo scoperti troppi mesi e chissà quando poi finirai la maternità”. Al “Guarda a questo punto pensiamo di prendere degli stagisti al posto tuo, che comunque sai costano meno”.

Un’altra categoria è formata da quelli che “Il tuo contratto non verrà rinnovato per ora, ma se ti rendi disponibile per i prossimi mesi – nemmeno a precisarlo, gratis – appena finisci la maternità vediamo poi, forse, che fare”.

Ci sono quelli che non hanno proprio il coraggio di dirti la verità in faccia, i peggiori, e ti tengono in sospeso con “Stiamo valutando la situazione, pensiamo di fare delle scelte diverse e prendere qualcun altro ma per vari motivi, cioè non pensare di essere tu il problema”.

Infine gli altruisti: “È un bene per te non avere il pensiero di dover tornare al lavoro tra qualche mese, così ti godi la gravidanza e la piccola quando nasce”.

Caspita, grazie! Ed io che credevo di dover continuare a procurarmi uno stipendio per poterla mantenere. Menomale che mi hai fatto questo favore.

E altri complimenti del genere, che ti fanno proprio ringraziare il cielo di essere donna, under 30, incinta, e di aver fatto straordinari e sacrifici.

Così tra gli sbalzi ormonali e umorali, gli enormi cambiamenti con cui già devi fare i conti giorno per giorno e la totale incertezza verso il futuro ti trovi a dispiacerti del fatto che tua figlia sia femmina e che forse un giorno avrà lo stesso trattamento.

Provi però a ripeterti che magari non è l’intero mondo così, che hai trovato tu alcuni capi sbagliati. (Anche se non tutti, sia chiaro). Invece no.

Durante le visite mediche riservate in massa alle donne in gravidanza, per capirci quelle occasioni in cui ci sono altre decine di pance, ho conosciuto ragazze con una situazione che le mie esperienze negative in confronto sono state una puntata di Zelig ai tempi in cui faceva ridere.

Sarà per deformazione professionale, perché il giornalismo ti porta ad incuriosirti, appassionarti alle storie e soprattutto ascoltarle, che ho raccolto fin troppe testimonianze.

C’è stata Alice, anche lei di Mantova, anche lei di 29 anni, che mi ha raccontato di essere stata costretta a dare le dimissioni da una scuola in cui lavorava, a causa delle pressioni subite dopo aver comunicato di aspettare un bimbo.

C’è stata Sara, poco più grande, che ha ricevuto una mail dall’ufficio personale della sua azienda in cui le veniva notificato che al rientro al lavoro si sarebbe trovata in un’altra area, a svolgere tutt’altra mansione.

Ci sono state Francesca ed Ilaria, che nulla hanno potuto fare se non constatare che i contratti a tempo determinato non sarebbero più stati rinnovati con una calorosa pacca sulla spalla.

C’è stata Arianna, con un altro figlio piccolo a casa, obbligata a rimanere al lavoro fino al nono mese, visto che ora la legge lo consente, per paura di essere altrimenti licenziata.

C’è stata anche Angelica, che da libera professionista ha visto una certa quantità di clienti di città e provincia scomparire alla velocità di un Boeing X-43A.

Come loro, tante altre. Troppe, appunto. Da scriverci un libro nero.

Ogni storia terminava con una frase: “Tanto funziona così, inutile parlarne o lamentarsi”.

Mi si è accesa una certa rabbia, mista a delusione e frustrazione. Il mix di ingredienti per la perfetta pietanza indigesta.

Sì, evidentemente in diversi ambienti lavorativi funziona così. È però davvero inutile parlarne?

Sono convinta che far sentire la propria voce sia sempre la scelta giusta, e se anche una sola persona rifletterà su tutto questo non sarà certo stato fiato sprecato.

La strada per riuscire a far valere i propri diritti ed andare verso una giusta conciliazione tra lavoro e famiglia è una salita che sicuramente ha nulla da invidiare quanto a ripidità rispetto alle scalate di Messner, ma ogni traguardo si raggiunge facendo un primo piccolo passo.

Non sentirsi sole e tendersi la mano a vicenda è già un salto in avanti.

Prima di dire “I giovani, oggi, non fanno più figli”, bisognerebbe chiedersi “Cosa si può fare per permettere ai giovani, oggi, di sentirsi tutelati ad avere dei figli?”.

Una domanda che dovrebbero porsi soprattutto i politici, e chiunque rivesta posizioni di comando, le persone che potrebbero cambiare la rotta.

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

Elena Caracciolo giornalista ufficio stampa consulente comunicazione gestione social e siti Mantova Elena Caracciolo – Sono giornalista pubblicista, freelance, mi occupo di comunicazione ed uffici stampa per privati, enti pubblici, aziende e associazioni di volontariato, dalla consulenza alla strategia, gestisco siti web e social e sono ideatrice di progetti rivolti a donne e mamme. 

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