Un’insegnante racconta il nuovo modello di scuola durante l’emergenza Covid – didattica e tecnologia, iniziative, criticità, consigli per i genitori

Un’insegnante racconta il nuovo modello di scuola durante l’emergenza Covid – didattica e tecnologia, iniziative, criticità, consigli per i genitori

Tra le fasce deboli che più stanno risentendo dell’emergenza sanitaria Coronavirus, credo ci sia quella rappresentata dai bambini. A loro, in questa necessaria quarantena, è stato tolto un punto di riferimento fondamentale della vita: la scuola. Le famiglie hanno dovuto riorganizzarsi dall’oggi al domani, le routine sono state stravolte e il nuovo fulcro è diventato la propria casa.

Per approfondire questi aspetti ho intervistato Elisabetta Nicoli, insegnante alla scuola primaria Martiri di Belfiore di Mantova. Mi ha raccontato in modo dettagliato il dietro le quinte della chiusura delle scuole: le prime attività a distanza per gli alunni, le iniziali perplessità dei genitori e l’evolversi della situazione, le iniziative “Classe virtuale” e “Sportello help”, come la didattica andrebbe ripensata e diversi suggerimenti per i genitori.

Alla fine delle considerazioni è inoltre emerso un aspetto solitamente sottovalutato per la crescita dei più piccoli, ma che può essere spunto di riflessione anche per gli adulti.

maestra Elisabetta Nicoli

Elisabetta Nicoli

Gli ultimi giorni di scuola prima della chiusura per Coronavirus

È successo tutto molto velocemente: l’ultimo giorno di scuola prima della chiusura di Carnevale è stato il 21 febbraio. A parte l’abitudine di lavarsi spesso le mani che stavamo portando avanti da tempo dato che eravamo nel mezzo di una epidemia influenzale (che poi, pensandoci ora, magari non era nemmeno influenza) non abbiamo parlato specificamente del virus ma della necessità di rispetto delle norme igieniche. Nel tempo pieno è uso comune curare molto questo aspetto, dato che 8 ore di convivenza richiedono regole anche da questo punto di vista.

Personalmente pensavo che venissero attivate alcune restrizioni, ma immaginavo ad esempio la chiusura del servizio mensa e la riduzione delle ore frontali, oppure la suddivisione dei gruppi classe in due blocchi per avere maggior distanziamento sociale e maggiore possibilità di pulizia dei locali. All’inizio comunque, ingenuamente, pensavo che la chiusura sarebbe stata decisamente più breve.

scuole chiuse per emergenza Coronavirus Covid-19

I sistemi messi in atto per poter restare in contatto con i bambini e le famiglie durante il periodo di quarantena e chiusura delle scuole

Fortunatamente abbiamo dalla prima (io insegno in una quinta) un’ottima rappresentante di classe, capace e disponibile sia nei confronti delle insegnanti che delle famiglie; il gruppo di genitori inoltre è piuttosto coeso e collaborativo. Questo ha permesso di sentire velocemente, in modo informale, tutti i genitori e di partire con qualche attività a distanza fin dal primo giorno dopo le vacanze di carnevale.

Gli strumenti che abbiamo utilizzato da subito sono stati tutti quelli possibili: la bacheca del registro elettronico, le mail, le chat di Whatsapp, e finché è stato possibile spostarsi senza limitazioni gravissime anche le fotocopie nella cassetta della posta delle famiglie più in difficoltà con gli strumenti tecnologici.

Tuttavia inizialmente l’aspetto che abbiamo curato maggiormente, rispetto alla qualità dei compiti, è stato la relazione: i bambini erano abituati a 8 ore di scuola al giorno, diverse ore di attività sportive o integrative alla settimana (sport, inglese, musica…) e una fitta rete di relazioni sociali tra di loro.

L’aspetto della “reclusione” e dell’isolamento è stato molto faticoso, quindi abbiamo cercato di coinvolgerli in cose pratiche – adesso a scuola va di moda la dicitura “compiti di realtà” – che poi venivano condivise nella chat dei genitori.

Esempi di attività pratiche

  • abbiamo postato lo striscione che è davanti alla nostra scuola e loro hanno iniziato a fare striscioni e a fotografarli
  • la collega di matematica ha postato una ricetta per una torta con le grammature che erano risultati di espressioni e loro hanno preparato la torta e l’hanno fotografata
  • ho scritto una lettera personalizzata ad ognuno di loro e mi hanno risposto

Tengo a precisare che tutto questo è avvenuto anche grazie alla mediazione della rappresentante di classe, perché nessuna di noi maestre è nella chat.

Le iniziali perplessità dei genitori

Abbiamo invece condiviso subito i nostri indirizzi mail, in modo da risolvere eventuali dubbi, ma devo dire che non sono stati molto utilizzati dai genitori. Pur con qualche perplessità, legata soprattutto alla sicurezza degli strumenti, abbiamo anche chiesto, fin dall’inizio, se i genitori fossero interessati alle lezioni in videochiamata, ma si sono dimostrati per gran parte contrari.

I motivi erano diversi, ma tutti assolutamente legittimi e reali ed andavano dalla mancanza di device da poter utilizzare, alla poca affidabilità della connessione internet (alcuni solo con cellulare), alla mancanza di tempo per seguire le videochiamate, al numero di figli presenti in casa. Non ultimo e secondo me importantissimo problema: la nostra scuola è collocata molto vicina a ospedale e cliniche e una percentuale piuttosto alta dei nostri genitori è composta da personale sanitario o che comunque lavora in quel comparto: è chiaro che non potevamo pretendere, nel pieno dell’emergenza, videochiamate con queste famiglie.

Pian piano, col passare delle settimane, abbiamo iniziato ad inserire anche compiti un po’ più classici ed impegnativi, senza abbandonare i compiti di realtà che i bambini gradiscono molto. Abbiamo quindi lavorato molto registrando video, in cui spiegavamo le lezioni e gli esercizi da fare, integrati con pagine del libro e qualche esercizio.

Le difficoltà sono state diverse

I libri erano rimasti a scuola e pur essendo disponibili anche in formato digitale quasi nessuno li aveva scaricati, non tutti disponevano della stampante, quindi non era possibile mandare attività da stampare, i genitori all’inizio credevano che i video non fossero essenziali e chiedevano solo esercizi, ma ritenevano che copiare gli esercizi da smartphone fosse troppo faticoso, insomma c’è stato da spiegare più agli adulti che ai bambini come stavamo lavorando.

Con il tempo la situazione si è modificata

Le famiglie meno attrezzate hanno magari ampliato la connessione internet o hanno acquistato un tablet, la scuola ha messo a disposizione in comodato d’uso un certo numero di device (per i bambini della primaria molto pochi, ma meglio di niente), e pur con tutte le problematiche le famiglie hanno ricreato una parvenza di routine.

La Classe virtuale e lo Sportello help

Stiamo quindi utilizzando anche una classe virtuale nella quale i bambini possono essere abbastanza autonomi nella restituzione dei compiti, ed abbiamo programmato anche qualche videochiamata. Dapprima solo di saluto (le abbiamo chiamate agorà) e poi siamo partite con lo sportello help, cioè diversi momenti fissi nella settimana in cui noi maestre siamo in videochat per rispondere alle domande o rispiegare a chi ne avesse bisogno, mentre continuiamo a mandare le lezioni soprattutto in modalità che non richieda l’accesso contemporaneo.

Abbiamo dovuto rivedere e modificare tutte le programmazioni per adeguarle alla didattica a distanza. Per riuscire ad utilizzare i programmi specifici è stato necessario creare le credenziali di accesso per tutti gli alunni, sono stati organizzati momenti di formazione online per gli insegnanti, creati tutorial per gli alunni ed i genitori: una mole di lavoro concentrata in pochissimo tempo, ma ne è valsa la pena.

La tecnologia nel rapporto insegnanti-studenti-famiglie durante l’emergenza

Io amo molto la tecnologia, ritengo anche di utilizzarla e conoscerla con una buona padronanza, ma forse proprio per questo sono ben consapevole anche dei suoi limiti. Gli strumenti sono appunto strumenti, quindi risentono in maniera imprescindibile dell’aspetto umano di chi li utilizza.

Qualche criticità a livello generale

In questo periodo – soprattutto all’inizio – si è visto di tutto e di più, anche da parte delle scuole: videochiamate con sistemi non protetti, in cui poteva entrare chiunque, richieste degli insegnanti di rimandare gli elaborati in un solo formato e solo in quello (in modo da facilitare la correzione agli insegnanti, ma facendo spendere soldi inutilmente ai genitori che non conoscevano le possibilità del software libero), insomma cose poco ortodosse. L’assurdo è stato che i genitori hanno gradito queste cose e le scuole che si sono mosse magari con più cautela o con tempi più lunghi per cercare di garantire la sicurezza sono sembrate quelle più in ritardo.

I lati positivi e gli strumenti utili

La tecnologia usata bene, invece, ha bisogno di una riflessione seria su cosa è necessario e opportuno in quella situazione e cosa non lo è, ma soprattutto, dato che è strumento e non scopo, non deve prendere il sopravvento sull’obiettivo, che in questo caso era raggiungere il maggior numero possibile di alunni creando il minor numero di dispersi.

Diciamo che, a distanza di due mesi, si è dimostrato utile il registro elettronico per raggiungere la maggior quantità di alunni e mandare compiti e lezioni con molti media diversi e si stanno dimostrando utili e molto gradite ai bambini le videochiamate, non tanto per l’aspetto didattico ma perché hanno consentito loro di sentirsi di nuovo parte di un gruppo.

I sistemi di comunicazione vincenti sono quelli che privilegiano la relazione umana

Tuttavia la tecnologia che si è rivelata più importante in assoluto è stata quella che prevede la relazione personale: gli insegnanti di sostegno e  gli educatori hanno utilizzato e stanno utilizzando tantissimo i sistemi di comunicazione uno a uno (WhatsApp, Skype e simili), gli alunni che sanno usare la mail utilizzano quella – a differenza dei genitori – per mandare richieste direttamente agli insegnanti (i miei alunni hanno appena imparato ad usarla e ho già la casella piena dei loro messaggi personali, che non riguardano i compiti ma la relazione personale: mi mandano disegni, piccoli racconti, barzellette, cose così).

Credo che siano questi strumenti quelli che permettono di salvaguardare maggiormente gli alunni più fragili, e in parte anche tutti gli altri: quelli che sanno creare relazione.

La scuola come punto di riferimento: considerazioni sulla didattica a distanza

La scuola a cui siamo abituati noi è anzitutto un fatto sociale, necessita quindi di solidi rapporti tra insegnanti, tra insegnanti ed alunni e tra gli alunni stessi. Si tratta del primo spazio in cui i bambini si misurano con relazioni strutturate, esterne all’ambiente familiare e in cui si allenano allo stare insieme e a diventare membri di una società. È un luogo di apprendimento, ma anche di educazione e socializzazione, quindi togliere l’aspetto fisico dello stare insieme sarebbe una grave perdita.

Esistono nel mondo luoghi in cui la didattica a distanza ha una grande e positiva tradizione (penso ad esempio alle fattorie remote in Australia, a centinaia di chilometri tra loro, che già negli anni 50 venivano raggiunte dalla scuola attraverso la radio), quindi non è impossibile lavorare bene anche in questa modalità.

Ripensare il modello scolastico a fronte dell’emergenza sanitaria Coronavirus

Credo tuttavia che la via corretta non passi attraverso la ripetizione esatta della scansione delle ore di lezione che erano attivate in presenza, bensì attraverso un ripensamento di orari, modalità, materiali, strumenti didattici.

In linea teorica sarebbe quindi possibile, ma si devono tenere ben presenti alcuni fattori:

  • l’Italia non è coperta in maniera omogenea da connessioni internet veloci
  • le famiglie non sempre hanno gli strumenti tecnologici adeguati o non li hanno in numero sufficiente per tutti i figli
  • spesso non hanno nemmeno le competenze per poter garantire ai bambini un accesso alla rete sicuro e controllato

Sarebbe quindi necessario investire molto da questo punto di vista. Infine, so che è un discorso che molti insegnanti non vogliono sentire perché ritengono che svilisca il ruolo dell’istruzione, ma mi pare importante rilevare che la scuola è anche un luogo in cui i bambini vengono lasciati al sicuro. Se i genitori lavorano fuori casa dove possono lasciare i figli?

Attenzione all’aspetto psicologico

Credo che la cosa essenziale in questo periodo sia curare l’aspetto psicologico della vita dei bambini. Se è difficile per un adulto, che comprende le ragioni di questa situazione, adattarvisi ed accettarla, lo è ancora di più per i bambini, che magari non comprendono bene di cosa si tratta. Il rischio è che sviluppino attacchi d’ansia, paure immotivate, sensi di colpa.

Qualche consiglio per i genitori di bimbi in età da scuola elementare, per affrontare insieme a loro un periodo così lungo di chiusura della scuola

Occorre parlare il più possibile con loro, ascoltarli e rispondere in modo sincero a tutte le loro domande, senza spaventarli, usando un linguaggio adatto alla loro età. Con i bambini di prima e seconda elementare potremo utilizzare magari anche fiabe e filastrocche, ai più grandi potremo spiegare anche semplici concetti scientifici.

Tuttavia è importante anche parlare d’altro, ed è qui che la scuola può essere d’aiuto: guardare insieme cosa c’è sul registro, leggere insieme un bel libro, cercare informazioni aggiuntive sulla lezione di storia o di scienze, una volta tanto non perché è da fare ma perché serve a stare vicini, perché è bello anche per gli adulti imparare qualcosa di nuovo. Insomma, stare accanto a loro.

L’importanza per i bambini di imparare a fermarsi ed annoiarsi

C’è infine un lato positivo molto sottovalutato di questo periodo: la possibilità per i bambini, di annoiarsi. I nostri bambini non si annoiano mai, sono pieni di impegni, di compiti, di attività. Lasciare loro del tempo vuoto, da riempire con ciò che vogliono, o anche da trascorrere fissando il soffitto, è un grande regalo, perché permette di scegliere, pensare, riflettere su loro stessi, insomma, di crescere.

 
Ringrazio Elisabetta Nicoli per il prezioso contributo a questo articolo.

 

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza. 

Coronavirus e bufale

Coronavirus e bufale

  • Quali persone sono più portate a credere ad una fake news? Quali sono i risvolti psicologici?
  • Come riconoscere una bufala da una notizia vera? Come evitare di diffonderla?

Le risposte non sono affatto banali. Le domande sono quelle a cui ho cercato di rispondere insieme alla psicologa psicoterapeuta Rachele Sassi, che ha avuto l’idea di scrivere questo articolo a quattro mani.

Rachele Sassi psicologa psicoterapeuta

Rachele Sassi

Il tema è attualissimo ed è quello delle bufale.

Ti è mai successo di credere ad una notizia falsa?

La dottoressa Sassi ha trattato il lato dei risvolti psicologici causati dal fenomeno delle fake news, mentre io mi sono occupata del decalogo – lo trovi in fondo all’articolo – per riconoscere una notizia falsa ed evitarne la diffusione.

Nella situazione di emergenza che stiamo vivendo a causa del Coronavirus, una delle cose da NON fare per evitare l’alimentarsi di stati d’animo come ansia e panico, è farsi ingannare dalle notizie false – le bufale – e diffonderle.

Informarsi in modo corretto è fondamentale.

Ognuno può contribuire a limitare la divulgazione di fake news, che in momenti di difficoltà generale non fanno altro che aumentare il malessere e creano confusione.

Ci troviamo in una condizione di Infodemia: cos’è?

In questo periodo di emergenza Covid-19 sempre più persone si mettono alla ricerca di informazioni e aggiornamenti rispetto all’emergenza che stiamo vivendo, consultando con maggiore frequenza i social. Sarà capitato anche a te.

Testate giornalistiche, siti istituzionali e pagine personali scorrono una di seguito all’altra sulla bacheca, senza che sia possibile, in un primo momento, distinguerle.

Siamo in una condizione di Infodemia. Ovvero – come da definizione Treccani – di circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi per le difficoltà di trovare fonti attendibili.

La nostra mente è continuamente stimolata da una gran mole di parole e immagini. In una successione così rapida, che è difficile rimanere indifferenti.

Il processo emotivo

Ciò che scorre sotto i nostri occhi viene registrato con grande rapidità. Ancor prima di riuscire a chiederci se ciò che leggiamo sia vero oppure no, il nostro cervello ha già processato emotivamente quanto letto, scatenando una reazione diversa per ciascuno di noi. Stupore, paura, angoscia, allarme.

In genere la maggior parte delle persone è in grado di andare oltre all’impatto emotivo di quanto legge, ed attivare una via cognitiva di processamento dell’informazione.

Ciò consente di approcciarsi alla notizia in maniera critica, trovando spiegazioni in grado di rassicurare se stessi. – (Non è una fonte attendibile, è solo un’opinione, è palesemente falso, ecc) –

Consente anche di mettere in atto azioni in grado di contrastare la prima ondata emotiva. – (Vado a cercare in rete conferme o smentite di quanto letto).

Ecco chi rischia di essere più attratto da una bufala

Se siamo fortemente stressati o spaventati, difficilmente avremo le energie per dubitare, verificare, fare riflessioni. Pertanto non andremo oltre al primo impatto emotivo. La convinzione di aver trovato la verità ci porterà a condividere l’informazione in maniera compulsiva.

La condivisione con gli altri è un atto che ci consente di scaricare le emozioni spiacevoli scatenate da quella lettura. Una sorta di rito per alleggerire la nostra mente e abbassare il livello di stress.

Quali conseguenze comportano a livello psicologico le fake news

Le fake news sono come un virus che si diffonde attraverso le paure delle persone. Amplificano il bisogno di trovare risposte in grado di diminuire l’ansia. Si nutrono dell’incertezza e del bisogno di riferimenti certi, e mai come ora trova terreno fertile nelle nostre vulnerabilità.

Ci sono alcuni aspetti psicologici a medio e lungo termine.

La ruminazione mentale (rimuginio), i pensieri ossessivi, l’insonnia, il panico, la rabbia.

Diffondere le bufale amplifica la portata di questi sintomi nella comunità, alimentando il diffondersi di altre notizie simili e facendo da cassa di risonanza a sintomi psicopatologici. Vengono colpite soprattutto le persone più fragili e spaventate.

Il decalogo per riconoscere una bufala ed evitarne la diffusione

  • 1 VERIFICA LA FONTE

Approfondisci la provenienza della notizia che stai leggendo, chiediti ad esempio se il sito web (oppure la pagina Facebook o di altro social..) è attendibile, controlla con attenzione il link.

  • 2 CERCA FONTI ATTENDIBILI

Informati tramite siti web e canali di Organi ufficiali ed Istituzioni, ad esempio il sito web del Governo.

  • 3 VERIFICA QUANDO È STATA SCRITTA LA NOTIZIA

Controlla che la data di pubblicazione della notizia che stai leggendo sia recente.

  • 4 NON FERMARTI AL TITOLO

Prenditi un momento e leggi il testo fino in fondo, senza farti ingannare dal titolo sensazionalistico acchiappa-click.

  • 5 CERCA INFORMAZIONI SU CHI SCRIVE

L’autore della notizia potrebbe non essere esperto del tema e nemmeno un giornalista.

  • 6 FAI UNA SECONDA RICERCA

Tieni a mente che le bufale sono costruite apposta per attrarre chi legge, quindi vai su Google e cerca se la notizia che stai leggendo è una bufala/fake news, in modo da avere una ulteriore conferma.

  • 7 FATTI VENIRE DEI DUBBI

Poniti delle domande in merito a quello che stai leggendo, chiediti come mai ti ha attirato più di altri, se può essere vero o se in quel momento ti fa comodo crederci, ad esempio perché cercavi una risposta che non trovavi da altre parti.

  • 8 NON DIFFONDERE NOTIZIE DI CUI NON HAI CERTEZZA

Evita di condividere e divulgare link, articoli, foto, video, messaggi, messaggi vocali, se non hai la certezza che si tratti di notizie vere, provenienti da fonti attendibili e verificate.

  • 9 SEGNALA LE BUFALE

Quando trovi una fake news/notizia falsa, segnalala con i sistemi che mettono a disposizione i social, oppure nel caso di whatsapp rispondendo a chi te l’ha inviata chiedendo di interromperne la diffusione.

  • 10 RICORDA CHE IL TUO RUOLO È IMPORTANTE

Anche il tuo contributo è fondamentale per evitare la circolazione di bufale, quindi tieni a mente di avere una responsabilità e considera con attenzione tutti i punti sopra prima di agire.

-> CONSULTA QUI LA PAGINA WEB UFFICIALE DEL MINISTERO DELLA SALUTE CON LE PRINCIPALI BUFALE IN CIRCOLAZIONE SUL CORONAVIRUS 

-> CONSULTA QUI LA PAGINA WEB UFFICIALE DELL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA’ CON I NUMERI DELL’EMERGENZA CORONAVIRUS AGGIORNATI

 

Colgo l’occasione per ringraziare chi aveva partecipato alla raccolta fondi per l’ospedale Carlo Poma di Mantova. Ne avevo parlato QUI.

Ringrazio Rachele Sassi per l’idea e per il prezioso contributo a questo articolo.