Mamma…E adesso? Se hai figli da 0 a 5 anni partecipa al sondaggio su lavoro, gravidanza e figli

Mamma…E adesso? Se hai figli da 0 a 5 anni partecipa al sondaggio su lavoro, gravidanza e figli

Ciao mamma! So bene che il tuo tempo è poco e prezioso, quindi ti rubo solo 3 minuti.
Quando ero incinta mi sono scontrata con diverse difficoltà lavorative ed ho iniziato a raccogliere le esperienze di altre donne.
Nel 2019 ho aperto questo spazio online di informazione, confronto e condivisione dedicato a gravidanza, bimbi, famiglia, per dare supporto ad altre mamme e creare una rete di aiuto.
Se hai figli da 0 a 5 anni ti chiedo di compilare un questionario anonimo ed aiutarmi nell’indagine che sto elaborando.
Se puoi, invita le tue amiche a fare lo stesso. Grazie davvero.

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Il post parto: stravolgimento della donna e della coppia, differenza tra baby blues e depressione, quando chiedere aiuto – La mia esperienza e l’intervista alla psicologa Rachele Sassi

Il post parto: stravolgimento della donna e della coppia, differenza tra baby blues e depressione, quando chiedere aiuto – La mia esperienza e l’intervista alla psicologa Rachele Sassi

Come ti sei sentita subito dopo il parto?

Se questa domanda venisse fatta a me, risponderei “mi sono sentita crollare il mondo addosso”. Ero totalmente innamorata della mia creaturina, ma allo stesso tempo anche totalmente spaventata. Nei giorni successivi al parto ho provato una infinità di emozioni e stati d’animo contrastanti. Oscillavo tra la piena felicità e la paura di non essere all’altezza di prendermi al meglio cura di quell’esserino così piccolo ed indifeso.

Anzi, avevo tantissime paure. Non ero preparata a farci i conti. 

Sono sempre stata circondata da immagini di neomamme da subito capaci, sicure, decise. Invece io, se potevo descrivermi in quei termini come donna prima della gravidanza, nei primi giorni da mamma ero l’opposto.

Ho pianto. Ho pianto davvero tanto e spesso senza ben sapere perché. O meglio, non avevo tempo di fermarmi a capirne il motivo e razionalizzare la situazione. Le prime settimane (anche mesi) con un neonato la vita non è facile. Faccio un esempio: il mio più grande terrore è quello di prendere un aereo, eppure c’è stato più di un momento in cui avrei preferito essere in alta quota che dovermi confrontare con la nuova condizione emotiva che stavo affrontando.

In alcuni momenti mi sono sentita trasparente. Mi sono sentita una specie di robot che doveva rispondere ad ogni bisogno della creaturina – ed i bisogni di un neonato sono a ciclo continuo – Non riuscivo più a vedere me come persona, oltre la mamma che ero diventata. A questo aggiungiamo che gravidanza e post parto sono un po’ il Gardaland degli ormoni e che nemmeno lo stravolgimento fisico – prima e dopo – è di conforto.

Non sapevo se tutto ciò fosse normale, perché mi sembrava che quasi tutte le altre mamme avessero ben chiaro cosa fare. Poi però ho capito che molte fingevano. Sì, perché ammettere di essere fragili non è così scontato. A chiedere aiuto serve coraggio, in una società che vuole le donne e mamme perfette.

Oggi mia figlia ha 7 mesi e mezzo. Oggi, se ripenso a quelle prime settimane, ripenso anche a quando in ospedale avevo chiesto di poter vedere come si cambiasse un pannolino e sorrido. Oggi faccio cose che in quelle prime settimane credevo non avrei mai saputo imparare e questo capitolo merita proprio un articolo a parte. Oggi ho capito che in realtà nulla è da imparare, perché ciò che appare complicato diventa semplice passo dopo passo, in maniera naturale. Oggi so che la mamma perfetta non esiste e che quindi certo non devo esserlo io. Oggi riesco a mia volta ad essere di supporto a chi sta per diventare o è appena diventata mamma.

Oggi, ancora di più, voglio ricordare quanto sia importante non sentirsi sbagliate, chiedere una mano quando serve e prendere quella di qualcuno che vuole tenderla a noi.

La psicologa psicoterapeuta Rachele Sassi ha risposto alle mie domande sui temi delicati e complessi del post parto. Qui sotto trovi la sua intervista.

Rachele Sassi psicologa psicoterapeuta

Rachele Sassi

Quanto incide a livello psicologico un evento stravolgente come il parto?

La maternità costringe ad una nuova rappresentazione di sé, all’acquisizione di nuove abilità, e soprattutto all’accettazione di un cambiamento che sarà permanente.

Per tutto il periodo dell’attesa la donna attraversa una fase di transazione da donna a madre, che porta ad una ridefinizione della propria identità e di quella della coppia.

L’esperienza del parto è considerata come un’esperienza potenzialmente traumatica, per il carico emozionale, lo stress, il timore per il dolore fisico e per la salute del nascituro.

Il momento del parto definisce un taglio netto tra un prima che non potrà tornare ed un dopo che è completamente nuovo e carico di timori, che possono sfociare in vissuti ansiosi. Anche l’andamento del parto, eventuali problematiche insorte e la gestione del periodo immediatamente dopo il parto, possono rendere l’evento più o meno traumatico.

La pandemia che stiamo vivendo costituisce inoltre un elemento di rischio per le future mamme e le neo mamme, di provare vissuti di ansia, depressione e vissuti di inadeguatezza.

Quale differenza c’è tra il parlare con un amico e il rivolgersi ad uno psicologo/psicoterapeuta?

Per una neomamma poter avere una rete di supporto è elemento fondamentale per il proprio benessere: compagni, famigliari, amici contribuiscono a non farla sentire sola in questo momento così delicato.

Tuttavia diventare genitori è una fase di passaggio che determina una rivisitazione della propria vita, può mettere in crisi la visione di sé e portare delle modifiche nel proprio modo di vedere e relazionarsi con la famiglia e con il compagno, mettere in dubbio sicurezze e scelte lavorative, generare delle modifiche nelle proprie priorità.

Parlare con un amico o un’amica porta ad uno sfogo e ad un immediato benessere, in molti casi.

Un percorso psicologico invece è la possibilità di imparare a gestire stress, ansia, depressione o altre emozioni tipiche del post partum e dei primi tempi con il bambino piccolo, di rivedere la nostra storia per stabilire un legame di attaccamento più solido con il piccolo, accrescere la nostra autostima come mamma, partendo da una ridefinizione dei rapporti con la famiglia da cui proveniamo.

Uno dei benefici più importanti di un percorso psicologico individuale o nel gruppo di mamme, è quello di apprendere che i propri vissuti negativi, o le emozioni di sconforto o tristezza, sono assolutamente normali e condivisi da altre mamme.

Perché è importante chiedere l’aiuto di un professionista?

Le mamme in attesa hanno spesso delle aspettative che sono deformate dall’immagine stereotipata della maternità in cui tutto viene dipinto come facile, bello, positivo.

I primi tempi con un bambino possono essere molto difficili: difficoltà con l’allattamento, notti insonni, tono dell’umore basso, irritabilità portano le neo mamme a sentirsi sbagliate e a dubitare delle proprie capacità di mamma.

Spesso mi sento chiedere: perché non sono felice? Se piango allora non voglio bene al mio bambino? È importante che le mamme si sentano delle buone mamme e che siano rassicurate circa i loro momenti difficili, le emozioni spiacevoli, il pianto.

Un professionista accoglie, rassicura e normalizza i vissuti delle mamme e fa un importante lavoro di prevenzione, aiutando la mamma ad acquisire fiducia in sé e ad instaurare dunque un buon rapporto con il proprio bambino. Il benessere della mamma è prerequisito fondamentale per il benessere psicofisico del bambino.

Quali sono i segni più frequenti della depressione post parto?

Dopo il parto la maggior parte delle donne vive alcune giornate di lieve e transitorio disturbo emozionale (in genere a partire dal terzo al quinto giorno). Si tratta di una condizione fisiologica causata da una brusca caduta di ormoni dopo il parto.

Questa condizione si chiama Baby Blues, o Maternity blues. È del tutto normale che in queste settimane iniziali una donna manifesti frequenti sbalzi d’umore e crisi di pianto. Inoltre, questi momenti sono accompagnati anche da ansia, dubbi e preoccupazioni insistenti che possono riguardare la salute del bambino e la sua sopravvivenza.

Quando queste situazioni non si risolvono spontaneamente possono evolvere in Depressione Post Partum. I sintomi più comuni sono sentimenti intensi di incompetenza, tristezza, vergogna, collera, con difficoltà nel sonno e calo dell’appetito. Talvolta possono essere presenti pensieri insistenti di fare del male al bambino o di farlo cadere.

Perché capita che una coppia attraversi un momento di crisi con la nascita di un figlio?

La nascita di un figlio rappresenta una sorta di spaccatura con la vita precedente. Si riattivano dinamiche non elaborate del rapporto con la propria famiglia di origine, ci si sente impreparati nel nuovo ruolo di genitore, messi da parte dal compagno o dalla compagna, stanchi e privi di spazi personali.

Tutte le coppie necessitano di un tempo per metabolizzare questo stravolgente cambiamento e per ridefinire nuovi confini e nuovi modi di essere coppia, oltre che genitori.

È come se ogni coppia potesse essere rappresentata da un insieme, che contiene i due insiemi, io e tu, ognuno con i propri spazi e interessi individuali. Con l’arrivo del bambino si amplia l’insieme Famiglia, pertanto si crea un insieme più grande (la triade mamma, papà, bambino) ma non deve sparire il sottoinsieme Coppia.

Coltivare un’identità di coppia, con progetti, spazi, pensieri e interessi da condividere è fondamentale per continuare ad essere due, pur diventando tre (o quattro). È necessario anche prendere consapevolezza che, soprattutto nei primi mesi, i bisogni del neonato si impongono con forza e assorbono grossa parte delle energie di ciascuno, lasciando pertanto meno risorse per il resto. È una fase transitoria, in cui si può imparare a godere dei nuovi tempi a tre, dopo aver elaborato una sorta di lutto per la perdita della condizione esclusiva di coppia.

In che modo un percorso di psicoterapia può essere di aiuto?

Un percorso di psicoterapia può essere inteso come un percorso individuale, rivolto alla neomamma, qualora ci siano nodi difficili della propria storia relazionale passata o traumi da risolvere, per ritrovare la serenità nel ruolo di mamma.

Oppure può essere inteso come percorso di psicoterapia per la coppia, per ritrovarsi dopo lo sconvolgimento dell’arrivo del figlio. Gli obiettivi della psicoterapia possono essere molteplici, a seconda della situazione e della domanda di quella persona o di quella coppia. In generale ci si prefigge di ritrovare un più ampio benessere psicofisico, di trovare nuovi modi per gestire le emozioni e la comunicazione, di rinforzare la propria autostima. Stare bene con sé stessi ed avere fiducia nelle proprie risorse ci porta a sviluppare uno stile di attaccamento sicuro con il nostro bambino, che a sua volta crescerà più fiducioso verso sé stesso ed il mondo esterno.

In questo delicato momento è possibile fare incontri individuali, mentre sono ancora sospesi i percorsi di gruppo.

 

Ringrazio Rachele Sassi per l’idea e per il prezioso contributo a questo articolo.

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza.

Allattamento al seno tra verità, falsi miti, benefici, difficoltà, corretta informazione

Allattamento al seno tra verità, falsi miti, benefici, difficoltà, corretta informazione

Qui voglio parlare dell’allattamento al seno, ma prima di farlo serve una doverosa, doverosissima premessa.

Non esistono mamme di serie A e mamme di serie B. Chi allatta al seno è mamma esattamente come chi allatta con la formula artificiale. Non esiste una competizione, non c’è un giusto e uno sbagliato. Una cosa non è più o meno difficile rispetto ad un’altra. Ogni donna sceglie come nutrire la propria creatura in base a tanti e diversi motivi.

Ogni modalità che prevede il reciproco sacrosanto benessere di madre e figlio (e ripeterò ad ogni occasione che per avere un bimbo sereno, la prima a dover essere felice è la mamma) è quella giusta.

La mia personale esperienza con l’allattamento è stata in salita. Dopo circa 30 ore dalla nascita di mia figlia erano iniziate a comparirmi le ragadi ad entrambi i seni. Non sapevo ancora che fossero ragadi e che mi avrebbero causato dolore e lacrime per diverse settimane. Quando me ne sono accorta mi trovavo ancora in ospedale, così ho chiesto ad una delle infermiere di turno se fosse normale e cosa avrei dovuto fare. La risposta era stata che il problema poteva essere stato causato dai primissimi attacchi sbagliati della bambina, ma che poi aveva iniziato ad attaccarsi correttamente per mangiare, quindi non avrei dovuto fare nulla. Mi era stata consigliata una crema a base di Lanolina.

mamma che allatta il bimbo al seno

Le prime ore e i primi giorni dopo la nascita il neonato chiede e deve essere attaccato spessissimo al seno (anche ogni mezz’ora, ma dipende dai bimbi), per fare arrivare la montata. Ad ogni poppata sentivo sempre più male e sulle ferite iniziava a comparire del sangue. Nel frattempo si erano creati anche degli ingorghi, che rendevano tutto più complicato. La mia bambina però aumentava regolarmente di peso e non mi sono persa d’animo. Sì, ci sono state le lacrime e ho avuto diversi momenti di sconforto – ma il post parto è già una questione complessa e affronterò l’argomento prossimamente – però non volevo arrendermi. Questo anche perché non volevo rischiare di perdere o far diminuire la produzione di latte.

Dopo circa una settimana di dolori e di tentativi fai-da-te (es l’uso del paracapezzoli, inutile ed anche peggiorativo nella mia situazione9 ho chiesto aiuto. Ho chiamato un’ostetrica di fiducia (giusto in questo articolo ho ricordato l’importanza delle ostetriche) e le ho chiesto consigli sia sulla gestione della mia bimba che sull’allattamento.

Da quando sono mamma ho imparato quanto sia fondamentale chiedere aiuto al momento giusto, e per una che me, che vuole arrangiarsi da sola ad ogni costo, credimi che non è scontato.

Avere la forza di chiedere aiuto stata la mia salvezza.

La soluzione alle ragadi, per il mio specifico caso, è stata una cura a base di: garze di fitostimoline messe prima e dopo ogni poppata, massaggi con acqua calda prima di ogni poppata, cuscinetti in gel riscaldati tenuti costantemente addosso, cercare di non tenere sempre il reggiseno.

Ci sono voluti pazienza, infinita buona volontà, fiducia nelle mie capacità e in quelle di mia figlia.

Allattare è meraviglioso, ma faticoso da ogni punto di vista. Ben lontano da ciò che ci fanno vedere nei film.

In questo articolo, qui sotto, ho intervistato Jessica Mistura, una Peer Supporter, ovvero una mamma alla pari che supporta gratuitamente altre mamme. I temi approfonditi nei paragrafi che trovi continuando a leggere sono molti: i benefici del latte materno nella crescita del bimbo, le difficoltà che può incontrare una mamma, cos’è e come funziona l’allattamento a richiesta ed un consiglio fondamentale.

In fondo trovi anche i link ad alcuni siti dedicati all’allattamento.

Jessica Mistura mamma alla pari allattamento

Jessica Mistura

La figura della Mamma alla Pari (Peer Supporter)

La figura della Mamma alla pari, ovvero “Peer”, è una mamma che ha un’esperienza di allattamento al seno di almeno 9 mesi e che ne riconosce l’importanza secondo le linee guida Oms. Ritiene che il latte materno sia l’alimento più indicato per il primo anno di vita, ed alimento esclusivo per i primi 6 mesi. Supporta le mamme che desiderano allattare sia da un punto di vista pratico, che emotivo.

Non esegue diagnosi o prescrizioni, non offre soluzioni o ricette, ma facilita nella madre l’emergere e la presa di coscienza delle proprie competenze. Non è una figura professionista di alcun tipo, ma una figura di supporto che presta la sua opera gratuitamente.

Il percorso per diventare una Mamma alla Pari

Per diventare Mamma alla pari vi sono diverse associazioni che tengono dei corsi. Io personalmente ho deciso di affidarmi all’Associazione delle Custodi del Femminino, e ho partecipato al loro corso online via webinar con conseguente Attestato di Partecipazione.

mamma che allatta il bimbo al seno

I benefici del latte materno nella crescita di un bimbo

Il latte materno è una preziosa fonte di nutrimento e fornisce una buona percentuale del fabbisogno energetico giornaliero del bimbo. Tra cui proteine, vitamina B12, folati, vitamina C, iodio e inoltre fornisce una preziosa fonte di acidi grassi polinsaturi a catena lunga, importanti per il cervello e per lo sviluppo dell’occhio. Inoltre, nella stragrande maggioranza, i bambini dagli 1 ai 2 anni hanno un basso apporto di DHA ed il latte materno può aiutare a soddisfare questa carenza.

Dona supporto allo sviluppo e all’equilibrio emozionale: è importante considerare anche i bisogni emotivi di un bambino, non solo quelli nutritivi. Non a caso le madri spesso citano anche questi benefici, tra i motivi importanti per cui continuare l’allattamento. I bambini hanno bisogno di caldo, amore e coccole. Con l’allattamento al seno questo avviene in modo totalmente naturale, allattare è la prosecuzione fisiologica del rapporto che si è creato tra madre e figlio durante la gravidanza. È un momento ricco di emozioni che crea un legame intenso.

Il latte materno è un supporto immunologo per il bambino, grazie a diversi fattori come Iga secretorie, lattoferrina e lisozima, che continuano a fornire una buona protezione immunitaria. Recenti ricerche hanno poi dimostrato come un tipo di zucchero presente nel latte materno sia in grado di proteggere i bambini dallo Streptococco B. Utile in questo caso ricordare come un esordio precoce dello Streptococco di tipo B possa causare gravi problemi respiratori e polmoniti. Il latte materno riduce poi il rischio di infezioni urinarie, diarrea ed otiti, il rischio di asma e nello sviluppo delle allergie.

Favorisce uno sviluppo fisiologico della bocca e del palato, riducendo il rischio di apnee soprattutto nei primi mesi di vita.

Riduzione del rischio di obesità, leucemie, diabete, malattie cardiovascolari e maggiore è la durata dell’allattamento, maggiore è la protezione verso questi rischi.

Riduce il rischio della SIDS ovvero la morte in culla almeno del 60%. L’allattamento al seno ha un vero e proprio effetto protettivo verso questo fattore, il vantaggio deriva dal garantire una suzione più frequente durante le ore notturne, difatti anche se non è un assoluto, i bimbi allattati al seno materno tendono ad avere più risvegli notturni rispetto a quelli allattati con la formula artificiale.

Le difficoltà che una mamma può incontrare all’inizio dell’allattamento sono tante

L’allattamento al seno è naturale. Tuttavia per le madri è un’abilità da apprendere, e può richiedere un certo tempo ottenere una buona pratica. Ci sono dei fattori che possono rendere difficile l’allattamento al seno:

Norme sociali. in alcune società occidentali, l’allattamento artificiale è più diffuso rispetto quello materno. Le cose che si vedono più spesso diventano familiari ed entrano in profondità nella nostra coscienza, come il biberon e il ciuccio e questi sono due elementi interferenti.

Precoce introduzione del latte in formula negli ospedali. A molti bambini sono somministrate integrazioni di latte artificiale mentre ancora sono in ospedale, anche quando non necessario a livello medico. Difatti il più grande calo di allattamento esclusivo al seno si registra entro il primo mese dopo la nascita.

Molti operatori sanitari non hanno conoscenze sufficienti per supportare e comprendere l’importanza dell’allattamento. Quando una madre si trova in difficoltà già dalle primissime ore di vita del bambino, è per lei importante invece ricevere il dovuto sostegno psicologico da parte di persone preparate, che le spieghino l’importanza di quello che sta facendo.

Dolore al momento di attaccare il bimbo al seno. Questo avviene perché l’attacco è scorretto e bisognerebbe avvalersi del supporto di persone professionali e competenti quali PEER o IBCLC per valutarne l’entità e poter agire nel modo più corretto. Un attacco scorretto porta all’insorgenza delle ragadi ed esse possono davvero essere un buon deterrente per allentare con l’allattamento.

La paura di non avere abbastanza latte per sfamare il proprio figlio. Questo è un tarlo costante nella mente di una neo mamma, e si associa il pianto del bimbo a una carenza di produzione di latte, ma questa associazione è tanto errata quanto deleteria per la buona riuscita dell’avvio dell’allattamento. ricordiamoci che il pianto è l’unico modo che un bimbo ha di comunicare e quindi viene usato per attirare l’attenzione del genitore per molteplici cause, non necessariamente collegate alla mancanza di latte materno.

Consigli di zii, nonne, amici, cugini e da chiunque altra persona esterna al nucleo familiare composto da madre, padre, neonato. Questi consigli dati esclusivamente con lo scopo di aiutare la neo mamma in realtà non fanno altro che provocare in lei un senso di disagio, confusione e talvolta di autoconvincimento nel non essere in grado di allattare. Ahimè nonostante questi consigli vengano dati con buona cognizione di causa, la maggior parte delle volte sono fondati su esperienze personali e quindi non adattabili ad ogni diade, perché ogni rapporto madre\figlio è  unico.

Mastiti e ingorghi. Sono altre problematiche in cui una mamma che allatta al seno potrebbe incontrare nel suo percorso, in questo caso bisogna contattare il medico curante o una IBCLC.

Il parto. Anche questo ha un’incidenza piuttosto rilevante nell’avvio dell’allattamento. Bisogna vedere se alla madre sono stati somministrati farmaci, analgesici, se ha subito cesareo, se è stato un parto molto medicalizzato, il parto quanto più è fisiologico tanto più l’allattamento sarà semplice da avviare.

Il latte materno come alimento principale

Il latte materno non finisce mai di essere un alimento importante per i nostri bimbi. In pochissimi sanno dell’importanza di un allattamento a termine, soprattutto perché questo vuol dire prolungarlo ben oltre il primo anno di età del bimbo e in società come la nostra, non è facile per molteplici motivazioni. Detto questo, sicuramente fino al sesto mese compiuto, il latte materno ma anche quello in formula, è da considerarsi alimento esclusivo e completo per i nostri figli.

L’OMS stesso raccomanda di non introdurre alcun alimento o bevanda prima del sesto mese, uno svezzamento precoce può portare gravi danni nel lungo periodo come diabete, obesità e malattie cardiovascolari. Importante sarebbe poi continuare con l’allattamento al seno o in formula fino all’anno di età, dovrebbe difatti essere considerato l’alimento principale nonostante si inizino a introdurre cibi e bevande.

L’allattamento a richiesta, cos’è e come funziona

L’allattamento a richiesta vuol dire gettare orologi, non calcolare il tempo e la durata di una poppata e tra una poppata e l’altra. Allattare a richiesta vuol dire fidarsi del proprio bambino ed assecondarlo. Lui nasce completamente competente, sa cosa vuole, sa quando ha fame e basarsi sulle classiche “3 ore” tra una poppata e l’altra è sbagliato.

C’è da precisare che lo stomaco di un bimbo soprattutto i primi giorni di vita è davvero piccolo e quindi con facilità si riempie e con altrettanta velocità si svuota. Inoltre il latte materno ha pochissimo scarto ed è altamente assimilabile quindi non ci vuole molto perché il bimbo richieda di essere attaccato al seno nuovamente. Poi crescendo le dimensioni dello stomaco aumentano, ma è altresì importante ricordare che con esso cresce anche tutto il bambino, in peso, altezza, lunghezza.

Il nostro bimbo crescendo svilupperà aree del cervello, acquisirà capacità motorie e tutto questo porterà un dispendio di energie davvero notevoli e quindi la sua richiesta di poppare potrebbe aumentare soprattutto nelle ore notturne, ed ecco il perché molte volte si nota che mentre nelle sere precedenti il bambino dormiva con regolarità, ad un tratto ci troviamo a fare nottate completamente in bianco con un bimbo che piange che vuole il seno.

Mi preme ricordare anche che il latte non va a fortuna ed è solo con la suzione del bambino che la produzione di latte aumenta, quindi in alcune fasi dove il bambino ha scatti di crescita è normale lui richieda più volte anche molto ravvicinate il seno, lo fa per aumentare la produzione della mamma.

Loro sono davvero estremamente competenti e lo siamo anche noi mamme, questo sarebbe bene ricordarselo sempre. è bene assecondare il nostro bimbo offrendo il seno ogni volta che lo necessita, non sentendoci inadeguate, incapaci di nutrire il bimbo. Anzi, stiamo crescendo noi con lui e quindi è un percorso non privo di difficoltà.

Qualche consiglio per le neo mamme che allattano

I miei consigli a una neo mamma in difficoltà nel post parto è di non vergognarsi nel chiedere aiuto, non vergognarsi dei sentimenti contrastanti che si provano in quel momento, quel momento che tutti ti hanno descritto magico, ma tu, in quel momento, di magico non riesci a vederci nulla. NO, NON è SBAGLIATO, E NO, NON SEI SBAGLIATA. Sono sentimenti che vanno accolti e hanno il diritto di esserci. Quindi chiediamo aiuto. Aiuto a figure professionali e competenti come una IBCLC se si dovessero avere problemi nell’avvio dell’allattamento o a una doula, se si necessità di conforto o aiuto una volta tornate a casa dall’ospedale.

La nostra società ci vuole mamme e donne perfette, dove il lamentarsi non è contemplato, non possiamo mostrarci fragili siamo madri. Non c’è, a mio avviso, pensiero più deleterio e sbagliato di questo.

Siti web informativi sull’allattamento

Clicca QUI per il portale sull’allattamento

Clicca QUI per i 10 passi dell’allattamento

Clicca QUI per i vantaggi dell’allattamento

Clicca QUI per le strategie nazionali sull’allattamento

 

Ringrazio Jessica Mistura per il prezioso contributo a questo articolo.

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza.

La festa della mamma ricordando le mamme e il mondo del lavoro precario

La festa della mamma ricordando le mamme e il mondo del lavoro precario

La festa della mamma.
Invece di stilare articolati studi e report annuali sul calo delle nascite in Italia, basterebbe chiedere alle mamme.

Le mamme continuano ad essere penalizzate, anche in questa emergenza.
Un’emergenza in cui, nell’era del precariato, non ci sono tutele concrete per le mamme lavoratrici precarie.
Non c’erano tutele prima, adesso peggio che mai.

Ben pochi salvagenti anche per le mamme libere professioniste.

E se per le mamme con un contratto solido non c’è la preoccupazione di come guadagnarsi lo stipendio, resta comunque quella di come occuparsi al meglio dei figli in questo momento critico.

I social si riempiranno di auguri, di belle foto, di parole affettuose.
Ognuno, nel fare o leggere gli auguri ad una mamma si dovrebbe ricordare di quanto oggi siano ancora penalizzate e discriminate. In tanti modi diversi.

Ci sono mamme che non hanno un compagno, i nonni a due passi o altri parenti vicino su cui fare affidamento.

Ci sono mamme che in questa emergenza sono rimaste totalmente sole.

Ci sono mamme in smart working che rispondono alle mail mentre allattano, programmano gli orari delle telefonate in base a quelli delle videolezioni, partecipano a riunioni su Skype sedute sul pavimento mentre si inventano giochi e intrattenimenti.

Ci sono mamme che vivono in pochi metri quadri, senza balcone o giardino, con due o più figli costretti in casa.

Ci sono mamme che perdono il posto di lavoro durante la gravidanza.

Ci sono mamme che rientrano dalla maternità e si trovano spostate di ufficio o di settore senza preavviso.

Ci sono mamme che per il mondo del lavoro non importa se hanno titoli di studio, competenze ed esperienza, perché restare incinta e crescere un figlio diventa un ostacolo alla carriera.

Ci sono mamme che vorrebbero diventarlo di nuovo, ma hanno un contratto a tempo determinato e sanno che non verrà rinnovato in caso di gravidanza.

Ci sono mamme che ancora non lo sono per paura di perdere il lavoro.

biglietto happy mother's day con fiori

Oggi, domani, finché non ci saranno interventi concreti e stabili a tutela della famiglia.

Non serve pagare dei super esperti per stilare articolati studi e report annuali sull’analisi del calo delle nascite in Italia.
È sufficiente chiedere alle mamme.

La tendenza di comodo – nei più differenti ambiti – è però spesso quella di cercare soluzioni ad un problema, senza coinvolgere chi del problema fa parte e lo vive quotidianamente.

 

QUI per leggere da dove era nato il mio progetto per la creazione di questo spazio virtuale di confronto, scambio, supporto.

 

“Mamma…e adesso?”. Scrivimi per raccontare la tua esperienza.

Un’insegnante racconta il nuovo modello di scuola durante l’emergenza Covid – didattica e tecnologia, iniziative, criticità, consigli per i genitori

Un’insegnante racconta il nuovo modello di scuola durante l’emergenza Covid – didattica e tecnologia, iniziative, criticità, consigli per i genitori

Tra le fasce deboli che più stanno risentendo dell’emergenza sanitaria Coronavirus, credo ci sia quella rappresentata dai bambini. A loro, in questa necessaria quarantena, è stato tolto un punto di riferimento fondamentale della vita: la scuola. Le famiglie hanno dovuto riorganizzarsi dall’oggi al domani, le routine sono state stravolte e il nuovo fulcro è diventato la propria casa.

Per approfondire questi aspetti ho intervistato Elisabetta Nicoli, insegnante alla scuola primaria Martiri di Belfiore di Mantova. Mi ha raccontato in modo dettagliato il dietro le quinte della chiusura delle scuole: le prime attività a distanza per gli alunni, le iniziali perplessità dei genitori e l’evolversi della situazione, le iniziative “Classe virtuale” e “Sportello help”, come la didattica andrebbe ripensata e diversi suggerimenti per i genitori.

Alla fine delle considerazioni è inoltre emerso un aspetto solitamente sottovalutato per la crescita dei più piccoli, ma che può essere spunto di riflessione anche per gli adulti.

maestra Elisabetta Nicoli

Elisabetta Nicoli

Gli ultimi giorni di scuola prima della chiusura per Coronavirus

È successo tutto molto velocemente: l’ultimo giorno di scuola prima della chiusura di Carnevale è stato il 21 febbraio. A parte l’abitudine di lavarsi spesso le mani che stavamo portando avanti da tempo dato che eravamo nel mezzo di una epidemia influenzale (che poi, pensandoci ora, magari non era nemmeno influenza) non abbiamo parlato specificamente del virus ma della necessità di rispetto delle norme igieniche. Nel tempo pieno è uso comune curare molto questo aspetto, dato che 8 ore di convivenza richiedono regole anche da questo punto di vista.

Personalmente pensavo che venissero attivate alcune restrizioni, ma immaginavo ad esempio la chiusura del servizio mensa e la riduzione delle ore frontali, oppure la suddivisione dei gruppi classe in due blocchi per avere maggior distanziamento sociale e maggiore possibilità di pulizia dei locali. All’inizio comunque, ingenuamente, pensavo che la chiusura sarebbe stata decisamente più breve.

scuole chiuse per emergenza Coronavirus Covid-19

I sistemi messi in atto per poter restare in contatto con i bambini e le famiglie durante il periodo di quarantena e chiusura delle scuole

Fortunatamente abbiamo dalla prima (io insegno in una quinta) un’ottima rappresentante di classe, capace e disponibile sia nei confronti delle insegnanti che delle famiglie; il gruppo di genitori inoltre è piuttosto coeso e collaborativo. Questo ha permesso di sentire velocemente, in modo informale, tutti i genitori e di partire con qualche attività a distanza fin dal primo giorno dopo le vacanze di carnevale.

Gli strumenti che abbiamo utilizzato da subito sono stati tutti quelli possibili: la bacheca del registro elettronico, le mail, le chat di Whatsapp, e finché è stato possibile spostarsi senza limitazioni gravissime anche le fotocopie nella cassetta della posta delle famiglie più in difficoltà con gli strumenti tecnologici.

Tuttavia inizialmente l’aspetto che abbiamo curato maggiormente, rispetto alla qualità dei compiti, è stato la relazione: i bambini erano abituati a 8 ore di scuola al giorno, diverse ore di attività sportive o integrative alla settimana (sport, inglese, musica…) e una fitta rete di relazioni sociali tra di loro.

L’aspetto della “reclusione” e dell’isolamento è stato molto faticoso, quindi abbiamo cercato di coinvolgerli in cose pratiche – adesso a scuola va di moda la dicitura “compiti di realtà” – che poi venivano condivise nella chat dei genitori.

Esempi di attività pratiche

  • abbiamo postato lo striscione che è davanti alla nostra scuola e loro hanno iniziato a fare striscioni e a fotografarli
  • la collega di matematica ha postato una ricetta per una torta con le grammature che erano risultati di espressioni e loro hanno preparato la torta e l’hanno fotografata
  • ho scritto una lettera personalizzata ad ognuno di loro e mi hanno risposto

Tengo a precisare che tutto questo è avvenuto anche grazie alla mediazione della rappresentante di classe, perché nessuna di noi maestre è nella chat.

Le iniziali perplessità dei genitori

Abbiamo invece condiviso subito i nostri indirizzi mail, in modo da risolvere eventuali dubbi, ma devo dire che non sono stati molto utilizzati dai genitori. Pur con qualche perplessità, legata soprattutto alla sicurezza degli strumenti, abbiamo anche chiesto, fin dall’inizio, se i genitori fossero interessati alle lezioni in videochiamata, ma si sono dimostrati per gran parte contrari.

I motivi erano diversi, ma tutti assolutamente legittimi e reali ed andavano dalla mancanza di device da poter utilizzare, alla poca affidabilità della connessione internet (alcuni solo con cellulare), alla mancanza di tempo per seguire le videochiamate, al numero di figli presenti in casa. Non ultimo e secondo me importantissimo problema: la nostra scuola è collocata molto vicina a ospedale e cliniche e una percentuale piuttosto alta dei nostri genitori è composta da personale sanitario o che comunque lavora in quel comparto: è chiaro che non potevamo pretendere, nel pieno dell’emergenza, videochiamate con queste famiglie.

Pian piano, col passare delle settimane, abbiamo iniziato ad inserire anche compiti un po’ più classici ed impegnativi, senza abbandonare i compiti di realtà che i bambini gradiscono molto. Abbiamo quindi lavorato molto registrando video, in cui spiegavamo le lezioni e gli esercizi da fare, integrati con pagine del libro e qualche esercizio.

Le difficoltà sono state diverse

I libri erano rimasti a scuola e pur essendo disponibili anche in formato digitale quasi nessuno li aveva scaricati, non tutti disponevano della stampante, quindi non era possibile mandare attività da stampare, i genitori all’inizio credevano che i video non fossero essenziali e chiedevano solo esercizi, ma ritenevano che copiare gli esercizi da smartphone fosse troppo faticoso, insomma c’è stato da spiegare più agli adulti che ai bambini come stavamo lavorando.

Con il tempo la situazione si è modificata

Le famiglie meno attrezzate hanno magari ampliato la connessione internet o hanno acquistato un tablet, la scuola ha messo a disposizione in comodato d’uso un certo numero di device (per i bambini della primaria molto pochi, ma meglio di niente), e pur con tutte le problematiche le famiglie hanno ricreato una parvenza di routine.

La Classe virtuale e lo Sportello help

Stiamo quindi utilizzando anche una classe virtuale nella quale i bambini possono essere abbastanza autonomi nella restituzione dei compiti, ed abbiamo programmato anche qualche videochiamata. Dapprima solo di saluto (le abbiamo chiamate agorà) e poi siamo partite con lo sportello help, cioè diversi momenti fissi nella settimana in cui noi maestre siamo in videochat per rispondere alle domande o rispiegare a chi ne avesse bisogno, mentre continuiamo a mandare le lezioni soprattutto in modalità che non richieda l’accesso contemporaneo.

Abbiamo dovuto rivedere e modificare tutte le programmazioni per adeguarle alla didattica a distanza. Per riuscire ad utilizzare i programmi specifici è stato necessario creare le credenziali di accesso per tutti gli alunni, sono stati organizzati momenti di formazione online per gli insegnanti, creati tutorial per gli alunni ed i genitori: una mole di lavoro concentrata in pochissimo tempo, ma ne è valsa la pena.

La tecnologia nel rapporto insegnanti-studenti-famiglie durante l’emergenza

Io amo molto la tecnologia, ritengo anche di utilizzarla e conoscerla con una buona padronanza, ma forse proprio per questo sono ben consapevole anche dei suoi limiti. Gli strumenti sono appunto strumenti, quindi risentono in maniera imprescindibile dell’aspetto umano di chi li utilizza.

Qualche criticità a livello generale

In questo periodo – soprattutto all’inizio – si è visto di tutto e di più, anche da parte delle scuole: videochiamate con sistemi non protetti, in cui poteva entrare chiunque, richieste degli insegnanti di rimandare gli elaborati in un solo formato e solo in quello (in modo da facilitare la correzione agli insegnanti, ma facendo spendere soldi inutilmente ai genitori che non conoscevano le possibilità del software libero), insomma cose poco ortodosse. L’assurdo è stato che i genitori hanno gradito queste cose e le scuole che si sono mosse magari con più cautela o con tempi più lunghi per cercare di garantire la sicurezza sono sembrate quelle più in ritardo.

I lati positivi e gli strumenti utili

La tecnologia usata bene, invece, ha bisogno di una riflessione seria su cosa è necessario e opportuno in quella situazione e cosa non lo è, ma soprattutto, dato che è strumento e non scopo, non deve prendere il sopravvento sull’obiettivo, che in questo caso era raggiungere il maggior numero possibile di alunni creando il minor numero di dispersi.

Diciamo che, a distanza di due mesi, si è dimostrato utile il registro elettronico per raggiungere la maggior quantità di alunni e mandare compiti e lezioni con molti media diversi e si stanno dimostrando utili e molto gradite ai bambini le videochiamate, non tanto per l’aspetto didattico ma perché hanno consentito loro di sentirsi di nuovo parte di un gruppo.

I sistemi di comunicazione vincenti sono quelli che privilegiano la relazione umana

Tuttavia la tecnologia che si è rivelata più importante in assoluto è stata quella che prevede la relazione personale: gli insegnanti di sostegno e  gli educatori hanno utilizzato e stanno utilizzando tantissimo i sistemi di comunicazione uno a uno (WhatsApp, Skype e simili), gli alunni che sanno usare la mail utilizzano quella – a differenza dei genitori – per mandare richieste direttamente agli insegnanti (i miei alunni hanno appena imparato ad usarla e ho già la casella piena dei loro messaggi personali, che non riguardano i compiti ma la relazione personale: mi mandano disegni, piccoli racconti, barzellette, cose così).

Credo che siano questi strumenti quelli che permettono di salvaguardare maggiormente gli alunni più fragili, e in parte anche tutti gli altri: quelli che sanno creare relazione.

La scuola come punto di riferimento: considerazioni sulla didattica a distanza

La scuola a cui siamo abituati noi è anzitutto un fatto sociale, necessita quindi di solidi rapporti tra insegnanti, tra insegnanti ed alunni e tra gli alunni stessi. Si tratta del primo spazio in cui i bambini si misurano con relazioni strutturate, esterne all’ambiente familiare e in cui si allenano allo stare insieme e a diventare membri di una società. È un luogo di apprendimento, ma anche di educazione e socializzazione, quindi togliere l’aspetto fisico dello stare insieme sarebbe una grave perdita.

Esistono nel mondo luoghi in cui la didattica a distanza ha una grande e positiva tradizione (penso ad esempio alle fattorie remote in Australia, a centinaia di chilometri tra loro, che già negli anni 50 venivano raggiunte dalla scuola attraverso la radio), quindi non è impossibile lavorare bene anche in questa modalità.

Ripensare il modello scolastico a fronte dell’emergenza sanitaria Coronavirus

Credo tuttavia che la via corretta non passi attraverso la ripetizione esatta della scansione delle ore di lezione che erano attivate in presenza, bensì attraverso un ripensamento di orari, modalità, materiali, strumenti didattici.

In linea teorica sarebbe quindi possibile, ma si devono tenere ben presenti alcuni fattori:

  • l’Italia non è coperta in maniera omogenea da connessioni internet veloci
  • le famiglie non sempre hanno gli strumenti tecnologici adeguati o non li hanno in numero sufficiente per tutti i figli
  • spesso non hanno nemmeno le competenze per poter garantire ai bambini un accesso alla rete sicuro e controllato

Sarebbe quindi necessario investire molto da questo punto di vista. Infine, so che è un discorso che molti insegnanti non vogliono sentire perché ritengono che svilisca il ruolo dell’istruzione, ma mi pare importante rilevare che la scuola è anche un luogo in cui i bambini vengono lasciati al sicuro. Se i genitori lavorano fuori casa dove possono lasciare i figli?

Attenzione all’aspetto psicologico

Credo che la cosa essenziale in questo periodo sia curare l’aspetto psicologico della vita dei bambini. Se è difficile per un adulto, che comprende le ragioni di questa situazione, adattarvisi ed accettarla, lo è ancora di più per i bambini, che magari non comprendono bene di cosa si tratta. Il rischio è che sviluppino attacchi d’ansia, paure immotivate, sensi di colpa.

Qualche consiglio per i genitori di bimbi in età da scuola elementare, per affrontare insieme a loro un periodo così lungo di chiusura della scuola

Occorre parlare il più possibile con loro, ascoltarli e rispondere in modo sincero a tutte le loro domande, senza spaventarli, usando un linguaggio adatto alla loro età. Con i bambini di prima e seconda elementare potremo utilizzare magari anche fiabe e filastrocche, ai più grandi potremo spiegare anche semplici concetti scientifici.

Tuttavia è importante anche parlare d’altro, ed è qui che la scuola può essere d’aiuto: guardare insieme cosa c’è sul registro, leggere insieme un bel libro, cercare informazioni aggiuntive sulla lezione di storia o di scienze, una volta tanto non perché è da fare ma perché serve a stare vicini, perché è bello anche per gli adulti imparare qualcosa di nuovo. Insomma, stare accanto a loro.

L’importanza per i bambini di imparare a fermarsi ed annoiarsi

C’è infine un lato positivo molto sottovalutato di questo periodo: la possibilità per i bambini, di annoiarsi. I nostri bambini non si annoiano mai, sono pieni di impegni, di compiti, di attività. Lasciare loro del tempo vuoto, da riempire con ciò che vogliono, o anche da trascorrere fissando il soffitto, è un grande regalo, perché permette di scegliere, pensare, riflettere su loro stessi, insomma, di crescere.

 
Ringrazio Elisabetta Nicoli per il prezioso contributo a questo articolo.

 

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